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chorps trans
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Aug 23, 2004
Author: rgod
ABITI SCURI
Le tue risate
Suonano come
Pianti senza picchi
Di dolore, il colore
Dei tuoi rivestimenti
Mi fa orrore, io
Preferisco la sanità
Del nero, un naso
Camuso
Odora nelle pozze
Cilindriche
Di tese di cappello
Bagnate di pioggia
Mi piacciono
Le nenie severe
Si tolgono di mezzo
Presto, la morte
Gioca a scacchi
IL BACIO DI UN SINGULTO
Ci sono molte sigarette
sedute,
un rettangolo di carta
accartocciato
come una scatola dagli spigoli
confusi
e uno spettacolo
di tolleranza fra le mie dita
che saprebbe svegliarsi
morto, disabilito
la sostanza dei mie inganni
pensili, sono di queste
insicurezze tridimensionali
mi preparano la bocca al bacio
di un singulto
IL RIQUADRO LIVIDO
Sono ancora alberi
il dieci di Marzo
ne sono stati
tagliati i rami
come donne longilinee
senza braccia
danzano nel giorno
livido – dalla fabbrica
un ruggito
di apparecchiature
E’ tutto riquadrato
dalla perdita
di questa casa
vuota, piena
di cose piccolissime
che stanno parlando
di me
Ho la gola rauca
per la bocca del mio
inferno arido
mi libera dagli altri
perché loro
stanno soffiandomi
dietro il collo
LE GRIDA
Loro
pungono nella stanza
per il gusto di fare
del male e
insistente crescita, no
no, no dice
poi si ferma
passi, fuori, in attesa
sulla porta
la chiave indugia
due volte poi
si decide e gira
su sé, tutti i condomini
sono in ascolto e brucia
nel silenzio una simmetria
la voce risale
più intricata e no, non cambia
registro, sono insulti
fragili nel tuono
ancora dal solarium e
sotto, ai piani alti, spesso
battono sul muro
con le nocche multiple
SINTESI
Perduro nell’inconscio
per non dissimularmi
in vanità espresse
morenti per auto/
/combustione
ho un taccuino dei sogni
sopra il saluto
dei miei risvegli
mediamente mi contamino
di whisky per
coalizzarmi con me,
per tradirmi
al momento di dovermi
amare, piogge che
ristagnano in prigioni
di vetro
HAPPENING
Gratto pietrepomici alle spiagge dei
mari embrionici
dovevanescenti eve ed adami
smaltiscono la sbronza
e pesco bronzi d’uomo in doppiopetto e
cappellaccilindro e brandenti bastoni
ricurvi
intimestreme
le sirene godono
sorseggiano
spremuta di cazzo di tritone
e creme solori
si aspergono
sul canto
zozzenonzozze
cagnano le sirene
chiedono altre pinne al dio poseidone
latrano, rincuoranti l’una l’altra
cuciono nuove cerniere
a code di riserva
sfotto le cimiciassedianti strato
sottocutaneo
ispeziono preziosa valvola
mitralica e avveleno
l’alba di risa
isteriche e faccio proseliti
tra gabbiani di nero
petrolio
beccheggiandomi il cuore
ne porteranno frammenti in casa
al diavolo
DISSOLVENZA E FINE
Osmosi in B/N ad alto
contrasto su pellicola d’ossa
non c’è lieto fine
nel soggetto del nostro otto
millimetri, su corrimano
untuosi, dove il respiro
muore, poso i miei guanti
neri e scalo montagne
di scale di un solo
gradino, consumo gauloises
blu incatenate una
all’altra, penetrando solitario
assolo di sassofono
baritono
TECHNO
Le note flautate della tua gola appese
ad asciugare
che non sai non trovi non cerchi
sugli spartiti
congelati dei drin
i cristalli
liquidi del memo
radioattivo che smemi
e rismemi e le pagine
piombo del quaderno
nuovo, carino per i riflessi
desideri voluttuosi serali
il cesto delle scorie ha fatto trasloco
domani
nello scoparti mentale che ficca gli specchi
nei farsi e rifarsi e la stanca che ti
prende
improvvisa, a letto, tra le dita
corrono agli scroti dei tuoi vibratori
messi in libertà
agli affitti ed i conti dei remake
a pois del tuo recente
morire di noia morirti addosso
MINIMALISMO
So che alle due e trenta
di notte
il mio vicino
sta facendosi
la doccia
lo fa ogni notte
quando si è svegli
per fare compagnia
agli orologi
ho immaginato
che fosse sudicio
di olii alimentari
INVENTARIO
Una ciotola con i colori
a olio, per metà spremuti
una scatola di cartone
smangiato agli orli
un’etichetta dice diesel plume
chrome mat e dentro c’è
una lama dentata
indossa le mie impronte
digitali come un abito
vecchio me tenuto
bene e una matita che
non ho temperato
è tutto lì da mesi
come una barba incolta
un’attinenza trepida
che diviene sabbia
senza evidenza
DIETRO UN CONFESSIONALE
Non dicendosi mai di volere male
voglio cambiarle, le frasi
orlate solo di ricami
suadenti, grondaie di piogge
timide
e premurose, logorarle
contrarle e pronunciare parole
spregevoli, ibridarle
mugolando, ostentarle
a gengive nude di cane impazzito
meglio strapparsi il cuore
ottenebrarsi
sfondarsi lo sterno
a mani nude che
insopportabili amori di suora
resi ancora più stanchi
e goffi da lingue
turbate – si torcono
ancora, invischiate
tra loro dopo un amen
HOMO FAMILIARIS
Ha capelli corti tagliati
a lametta di sei millimetri
dice, il barbiere è spesso
troppo caro e occhiali
senza lenti, sta camminando
in salotto in mutande
e canottiera e una voce
di donna dice io
non ti conosco, non
ti conosco
Alto due metri
indossa un abito
grigio e cravatta
marrone, va al lavoro
senza dire nulla
dà un’occhiata
ai bambini
pensa, presto
saranno ancora
le cinque
INVISIBILI FUORI DI ME
Grigio.
Sotto l’impalcatura di legno
umido
Smog.
Si inerpica in vortici
e spirali sul mio respiro
dopo una breve
boccata di sigaretta
ammantato da grovigli di ostinate
bugie e nodi
intrecciati assieme da veloci
relazioni su divani
per le visite
brevi
Passi, poi
sotto i portici e la stasi di orme
invisibili fuori di me
sono accenti
mobili su bisillabo
nome di donna
LA CENA DELLE LUSINGHE
Presentimenti.
Capelli in liste
argentee ricadono
sul collo di un’eminenza
grigia, parlano a tratti
di confusione nel colore
adesso voglio per te
la superficie schiumosa
di una catarsi
lirica, molti
bicchieri silenziosi
inquadrati
come un plotone
d’esecuzione
Nel nero
si incontrano erosioni
lineari e deformi
lacerazioni cubiste
sensualità di cui
ignoro le parti
di esseri per sé
loro
fanno timore negli specchi
SEGNI
Tenersi per mano
ci sono ombre sonore
producono spasmi che
s’impreziosiscono
presto se non si fanno
solidi
per mano, una
riposa dentro l’altra
e aliena presto
le cicatrici, sono solchi
aperti tra una
linea e l’altra
Segni.
Non vogliono dire
nulla, tacciono sulla pelle
ci sono pavimenti di carne
colano occhiate in tralice
lei è la
senilità
0001
Uno spazio
diviso, poche
lacrime
una solitudine
verosimile, un tempo
massacrato
da una ritmica
imprecisa
io mi sento
come gli altri
più assente
TRA I MIEI VESTITI
Avvolte nell’ombra
siedono tenere
illusioni che frugano
tra i miei vestiti e bevono un’essenza
tiepida, loro sono simili a porte
socchiuse e vigili
fraintendimenti mai precisati e
nel tepore
uno sguardo
spento, piegato in due
dal sonno, diviene
lucido
BEVO DAI TUOI OCCHI
Bevo dai tuoi occhi
l’orina del tuo
edonismo, complesso
di colpa furtivo
per la tua nullità
e similmente bevo
dal lume della tua
inerzia, le aleatorie
entrate ed uscite dal retro
del mio confino, le brine
dei tuoi parabrezza e le abili
scuse, periodiche annerano
i tasti del tuo romantico
plagio
LO SPEGNITOIO
E’ venuto puntuale
ad affidarmi la buona
notte e a farmi dire
le preghiere
inutili della sera
come un cappuccio
di metallo all’estremità
di un’asta
ha spento una candela
è ancora lì che cola
la cera di quando
parlo nel sonno
e una spirale
di fumo per l’assenza
d’aria da bruciare
si è dissolta nel buio
nero che orla le mie frasi
d’inchiostro ripetute
senza sosta come fanno
i merli nella febbre
IL SOTTOSCRITTORE
Di settembre
hanno sputato veleno
io ho baciato l’ultima
goccia di vino
stravecchio ed hanno
riaperto le scuole
dei loro figli
giovani per la struttura
tecnica della loro realtà
senza squarci del lavoro
hanno lenito le vesciche
sotto i loro piedi con dolore
puntorio di parole
servili e io non ho detto
nulla perché ho cucito
la bocca perché
ho sezionato
la vita troppo sordo
per ingoiarla intera
pieno di boria
per sentirla
a pieno sussurrarmi
e, nella seta, ho trascorso
l’integrità della fine
GIAKARTA
Per strada, persone
loro, vanno di fretta
uno, pieno di sé, mi è venuto
addosso
non ha chiesto scusa
è un uomo alto più della media
come un campanile, alto
le orbite degli occhi, profonde
pende una sigaretta magnum
lunga e bianca, due centimetri
di cenere in bilico,
(elegante come il vestito
in piega), dal labbro
inferiore.
Auto, decine, in fuga, è un quarto
alle due
i ragazzi, fuori da scuola,
alcuni più veloci sui motorini,
le vespe, una HP, truccata, amaranto
rilascia un turbinio di fumo
nero. Una donna e la busta
del pane
entrano nell’edificio e si
fanno compagnia,
scomparendo nel portone rosso
cinabro. Un negozio
di televisori
gli articoli migliori, in vetrina
alcuni accesi. Lo schermo
ventotto pollici, ultrapiatto
per metà, accade qualcosa
a Giakarta e, per metà,
qui, rallentato, a un passo
da me. Polizia (cavalieri blu)
gli scudi e i caschi
stanno facendo male
a degli studenti, uno
a terra
trascinato per i capelli, la faccia
nella polvere, viene colpito
più volte con lo sfollagente.
La faccia giù.
Sta giù, bastardo,
giù, sembra intimargli uno.
Non si muove più, adesso.
Nel sole
il naso
prende a sanguinarmi.
KEEP IN
Collirio come limo
cerebrale del tuo osservare
e dedurre
Rimmel, nutriente le ciglia
e le allunga come le corde
vocali dei tuoi bisbigli
Feline lenti
a contatto come spie
danzanti nel tuo spoglio
keep out dalle tende
accostate
Odia perché lo vuoi davvero
Che il gasmetano
instabile dei tuoi
condotti d’aeree
promesse al fuoco di meteoriche
piogge
battenti, incendi il tuo amore
assopito
mi copro la testa di coprolalie
stellari, di psicolinfe
odorose
arboree
irriganti le vene delle terre
morte delle tue voglie
dismesse d’intimo
raccoglimento e privacy
bollite e ribollite, disintegre
formaldeidi, tessuti
vergini
libera
le paure nello spazio in tre
coordinate dei soli e delle lune...
io sono esterno
esterno
esterno
...le supernove in catene della tua
amarezza
sii, perché vuoi davvero, la bocca
dei miei addii e vieni
con me nella dimora di doppi
zeri tremanti
ALIBI
Atrraente fiamma
invoca i miei
sguardi
falena
volo verso il mio tormento
tiepida
arriva la sera del calore
ancora un battito d’ali
incontro al rogo
pallida
si cambia in viso
la mia perla
mi sconfessa e ancora
un
battito
d’ali
diventare cenere quando non sono in / me
ISOLAMENTO
Aride e diradate
distese sostengono piramidi d’oniriche
sembianze, piatte
calme rovistano nel mio
catrame, nero si tinge
di nero su pareti di cella
di rigore. Attendo, rinchiuso
l’alba della mia
rimandata esecuzione
ABRAXAS
Nomiacaso su elenco
telefonico, scroscio
d’acqua nellavello
conto minuti
lunghi un giorno su orologio
a corda
Grazia delefante posa il culo
sopra bianca
maiolicalrovescio e
si piscia in bocca
tocca
accordarsinsegreto con cerimoniosabraxas
allo scopo di mutaroroscopi no
in luminoso domani
topino di fogna
in tana di lusso, rinchiudo i miei svaghi
peste sopprime occhiate di donna
respinte dal duro di portablindo
numero venti
AMAREZZA SVENDUTA
Un corpo solo per molte
metamorfosi
hanno voglia di farsi gioco
di te
di te molto poco
differenti da te
tu sei il molteplice
che si rappresenta
una indifferenza
senza fiato
che si invera denudandosi
oggi hanno offerto il tuo
sguardo al miglior
compratore, le sue dita
inanellate corrono a coprirti
gli occhi
PRECIPITATO D’ARGENTO
Soluzione elettrolitica
in acque
torbide e vodka
bruciante
Vedo.
Ricordi vaghi di soprusi
rivelati a un solo essere
umano, sul fondo.
Come precipitato d’argento.
Soffro.
Per l’intensità del mio
cadere
Non rimane di me
che
pre
ci
pi
ta
to
d’argento
OMBRA
Ombra d’uomo
tracciante segni
orlataibordi di nebbie
incisioni di mani di vecchio
su usurate
astruse pagine di libro
dei salmi
baratta biglie di vetro con ancora
un’ora di vita
vibra lama sopransiosamante
Amoreros si avvolge di gambi di rosa
e sangue
freddo beve dalle sue stesse
ferite
Denso rosso venoso coagula in stelle
sul bianco delle sue sete
brindalsuonuovo odio dimperioso
inferno
ANCIA
Soffio nell’ancia del tuo torpore
un tiro di sigaretta già
respirato, il vapore dell’alcool
intriso di me, i fumi della pira
funeraria del ricatto
e dura nei tuoi polmoni
l’odore del mio
abbraccio che ci ha
fusi insieme, nel fuoco
LE SUE PARTI MECCANICHE
Morta da collo in su
frammentazione
pigmento svanisce
nero nero cammina sul vetro e non si
brucia pianta
dei piedi
cartalluminio
delirante delirante
e ancora non arriva e ancora scrivo
con questa penna stilo con cui scrivo
ogni tanto le mi esequie
presto cancellate
aborto primogenito di bimbo con
denti a zanna
con faccia d’imbecille
con occhi di fiele
con bocca di squalo
con abito da cocktail
nero soprabito con bottoni in oro
questo fallimentare disegno
nel cranio
agitato da prospettive oblique
disarciona cavallo purosangue
decapitandolo con ramo d’albero
pupazzo da ventriloquo geme
piuttosto che
padroncino muto
e sordo e ottuso
e sfiancato
da penetrazione multipla
di negromucchio di spartani spadaccini
chi sei, bello con polsino in amido?
vagabondo fannullaone con piglio
poetico, incantevole ruscello di sangue
sottilnaso
aspetti di vedere
se il cadavere nemico del tuo miglior
amico galleggiare e in completo
rilassamento oppure bianche pecore
sorelle siamesi
godi godi
e bevi bevi
geronimo e monocolo
vecchio soprano incatenato a
spalline di giacca grigia
leccante la fica, baciante
la fregna?
bevi bevi
il seme vagi-vaginale della tua sbarba
voragine lubri(fi)ca(ta)
bel tiro
quello di spalmarla
della sua stessa eccitazione
bel tiro lasciarti a sbavare
prima della dipartita
bel tiro farti promettere
bel tiro, bella, farmi prediche
sul tuo conto
che non è facile
deflorare, purificarsi
avercela d’oro, incenso
e mirra
santa, farsi santa
beatitudine
assurgere al cielo con madonnine
alate piangenti
puerile ginocchiare per
interrompere contatto pene/vagina
Aspra onirica Paris arancio
GEOMETRIA
A volte notiamo sguardi angolosi sottendenti
gli archi dei voleri di metà di un millimetro
convessi
per i soli occhi di un’ombra cinese
configuriamo scenari che ci vedono diritti
chiodi piantati nel centro d’origine
nelle nostre tasche di sudari, sentiti
già curvi vecchi ansimanti nel salire le scale
di complesso tesseracto smettiamo di essere
felici di noi solo miopi solamente miopi
il metro pericolosamente astratto come
quello conservato lontano da noi fatto di acciaio
temperato racchiuso dentro a una teca
sigillata come campione dei nostri colpi
d’occhio
Andrea
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