L'UOMO DALLE CIGLIA CUCITE ALLA FRONTE

di A.MICALIZZI

 

 

 

Dedicato alla memoria
di O. C.

 

1. Gli occhi e le labbra


I. Hashish. Thelonious Monk, lì dov’è, appeso alla parete con le puntine, ci occhia gli inguini. Fra le lenzuola di Claudine, il boa constrictor che la stritola, il dorso a chiazze scure e il ventre giallo.
Le tengo ferma la testa fra le mani dopo che mi è montata in sella. Mi sono cacciato dentro di lei, dentro l’imboccatura dello stretto pozzo artesiano. Lampade procedono lungo il vialetto. Il chiarore entra nella stanza dalla finestra aperta, tra le strisce verticali orientabili della tenda, distenebrandole il viso ed il nucleo pulsante, tra le gambe.
Frugoletto inchiodato dentro la cassa da morto rosso vermiglio. Mi piace. Farlo dentro a una bara. Forse SUPERVIXEN. Russ MEYER, no? Sbirci da uno spioncino praticato nel coperchio.
ABRAXACADABRAS e / le si apre l’entrata di servizio. Nel VHS passa l’Enigma di KASPAR HAUSER che ho affittato la sesta volta.
Mi sparo come un proiettile, confetto blindato, ad ics, dentro alla buca centrale che diguazza le labbra. Ora Claudine si è messa ad arricciarmi i peli del petto. Ci siamo districati prima che sborrassi. Non accenna a una parola, socchiudendo gli occhi come se ci vedesse scarso, per vedere meglio cosa? Il soffitto.
Basta con questa porcheria, dice e mette sul canale sei. Persone che girano in carrozzella, dice la tele. Perché sono troppo grasse per camminare. La lasciano solo per andare al cesso.
Sul mobile a sportelli, accanto al letto, due candelabri a quattro bracci cesellati e ci vedo dei piccoli grugni doloranti. Facce con occhi grandi, magnetici che mi mesmerizzano.
Mon cher, mi scaldi le mani col tuo alito che sa di un pacchetto intero di sigarette, dice Claudine. Sono divertenti quei vocaboli sporchi che usi. Mi scartavetri il culo / mi scatarri nella fica / tesoretto mio. Sono brava, eh? Accendo una paglia del pagliaio mezzo vuoto e la guardo e non dico nulla.
Poi mi raddrizzo e poso davanti allo specchio e, digrignando i denti, mi guardo le gengive (le gengive sono rosa). Scimmia antropomorfa. Mi tiro via le mutande. Vanno di fretta come quelle di una puttana. Mi ispeziono le palle e guardo le mie gambe lattee e secche come una forcella di bicicletta.
Prima dell’alba evaporo e cammino fino a un bar dove fare le sette. Sono il primo cliente. La superficie dei tavoli, pulita. Su alcuni c’è ancora una patina umida come se avessero appena dato un colpo di spugna. Claudine dormirà fino alle sette e mezza. Non mi troverà accanto. Nella mia parte di letto ci sarà ancora la mia impronta. Forse non la vedrà. Andrà al lavoro senza pensare a me. Persone che sono affette da una malattia che fa loro sviluppare troppo le ossa delle braccia, delle gambe, della faccia.

II. Faccio il pieno. Questo posto sembra uno scenario fatto di cartone. Un’automobile nera, lucida. Il Guidatore spinge sul pedale dell’acceleratore. Un urlo. Le mani ai capelli, occhi e bocca spalancati. Tutti si voltano. L’uomo, trascinato per alcuni isolati. L’auto si arresta. Il Guidatore si accende una paglia. Dietro i Mirrorglades ha due vicoli ciechi. Da uno gli cola un liquido color ruggine e dall’altro gli pende una gruccia senza gancio. L’uomo sull’asfalto si esplora con le cinque dita l’ano. Ogni mano ha due mani. Ogni braccio ha due braccia. Tossisce forte, una tosse secca, dolorosa. Sputando una poltiglia rossa e forse lì dentro c’è anche il suo patetico attaccamento.
Flashback su Claudine.
Claudine fa sgocciolare il collirio. Spero che le vada dagli occhi alla testa e le faccia da limo cerebrale. Si mette le lenti a contatto. Occhi come spie danzanti si agitano nel mio cuore nero. Accosto le tende dei miei occhi. Mantenersi fuori. Si mette il rimmel. Le nutre e le allunga le ciglia. Le si tendono e attaccano alla fronte come corde di chitarra sul ponticello della cordiera. Le corde vocali dei suoi bisbigli quando una notte mi dice. Sei sveglio? Ma che cosa sono quei segni sulla schiena. Chi è stato / ti hanno picchiato.
Inquadratura sull’uomo. Un orecchio posa su una tazza d’ascolto su una parete di cartavelina. Un orecchio si sbottona il timpano. Sprofonda nella fossa. Animali senza nome lo tirano giù. Le sabbie mobili artigliate. Col sedere del cucchiaio gli caco in faccia.
Persone che vanno in cerchio. Ecco una luce rossa di semaforo. E poi ancora un’altra. Il Guidatore sta terminando la paglia maleodorante, il fuoco ha raggiunto quasi il filtro. I motori fremono come in attesa del segnale dello starter. Luce verde. Le auto svoltano ordinatamente in diverse direzioni. Getta il mozzicone. La luce del giorno, ora ha invaso l’abitacolo. Di lui, non c’è più alcuna traccia.

III. Nessuno si accorge di nessuno. C’è stato qualcuno in Erasmus, le chiedo. Sì, mi dice e che Londra era magnifica. Ancora qualche minuto per stare con lei. Esco fuori, guardandomi attorno. Vento. A terra, una fila di formiche. Sgomitano. Alcuni manovali stanno ridando lo stucco all’intonaco di una casa dalle pareti marce. Colpi di martello. Un manovale si lascia scappare un chiodo dall’alto dell’impalcatura. Un brulicare nero. D’insetti. Per strada, da una porta semiaperta, si sentono le voci all’interno. Ecco. Sono prugne, alcune però si sono schiacciate, dice. Mentre mi allontano, aspiro lento da una Emme Esse. Avvicinando la mano alla faccia, vedo che mi sono tagliato una nocca, chissà come. Una goccia di sangue è venuta in superficie. La lecco via. Il vento si fa più forte. Guardo il contorno delle colline e le creste degli alberi come tagli di capelli mohawk, sferzate da folate improvvise. Qualche nuvola scura si sta avvicinando. Trovo un passaggio in auto, verso il mare. Col Guidatore, silenzio.
Il mare. Il moto ondoso che minaccia la strada con lame d’acqua. Borse sotto gli occhi di pietrapomice, embrioni umani che fanno le smorfie e lacrimano sborra dalle sclere perché non si vedono il culo, stanno lì sulle sedie pieghevoli a smaltire una sbronza di succo gastrico, mescolato con un dito.
A pesca di tipi con la bombetta. Sono usciti fuori da un quadro di MAGRITTE? Portano bastoni da passeggio, ricurvi sopra i polsini.
Sirene prendono il sole. Un sorso di spremuta di cazzo di tritone / crema ad alta protezione.
Alle sei c’è un treno che prendo al volo. Prima delle due sarò a casa. C’è rimasta una mezza, scarsa bottiglia di gin. Scende giù dritto come una katana affilata. Alla tele c’è il primo episodio di HILL STREET. BANG. BANG. Hill e Renko si accasciano l’uno sull’altro. Note di pianoforte foderano la notte. Prendo in giro le cimici sotto la pelle, mi assediano / loro sono il Demone sotto la pelle. Apro l’anta sul petto e prendo il cuore. Do un’occhiata. Se tutto è OK. Se è a posto la preziosa valvola mitralica.

Flashback. Gabbiani dalle ali sporche di petrolio.

IV. Questo quartiere di case, una attaccata all’altra. Una accanto all’altra. Probabile. Probabile che da una di quelle finestre - Buchi nella pancia di una gabbia che stiva piccoli animali -Dietro le tende, qualcuno mi stia sorvegliando. Vergogna. Quando siedo lì e mi chiedo se non devo per caso chiuderla con questo periodo difficile. Le crisi non esistono. Sono sola fogna che sfugge al mio intreccio sotterraneo. Un vecchio cavaliere senza testa con gli speroni fumanti che mordono la pelle. Mangio la sbobba. [Non provo nulla per i topi.]
Ieri notte, quattro algerini hanno pestato a sangue un tipo algerino anche lui. Appena fuori dal CLURICAUNE. Lo hanno lasciato là, steso, con la testa rotta appoggiata al gradino. Un rigagnolo rosso bagnava il marciapiedi e i miei occhi ci nuotavano dentro, rischiando di affogare. Le mani tutte sporche di sangue.
Un uomo si è chinato su di lui. Dentro il locale c’era ancora gente. Il personale e pochi clienti. Hanno chiuso i battenti. Chiamate un’ambulanza, dice l’uomo attraversando la vetrata con la voce. Dai, non si può lasciarlo così, dice una ragazza. La coda di cavallo argentea spunta dalla nuca dell’uomo che gli parla senza sosta per tenerlo sveglio. Gli carezza la testa. Adesso ti portano via, sta calmo.
Alza lo sguardo in alto. Perché questo schifo non finisce.
L’ambulanza arriva dopo pochi minuti. Poi, una macchina dei carabinieri. Fanno domande.
Più tardi, sono entrato in un bar del centro. Danno un talk-show alla tele. Il televisore è tutto sporco di grasso come la grata mangiavapori sopra i fornelli. Il presentatore è come una brutta puttana davvero troppo romantica con la pelata e da un angolo della bocca gli vengono giù resti di cibo non digerito che gli va tutto sulla camicia dal colletto perfettamente inamidato. Il nulla cade giù ricoprendo tutto e … Il talk-show viene interrotto da un’edizione straordinaria del notiziario.
Perché hanno rinvenuto una fossa comune, ancora una, con sei Kosovari stipati dentro. Una zolla di terra. Un mucchio di vermi. Sotto si vede una. Mano.
Una ragazza ordina un Long Island Ice Tea … Esco fuori. Sono in via Zamboni. Vado a casa. Torno all’ovile.
Il Cluricaune è di strada. Le luci sono spente, adesso. Sul marciapiedi c’è ancora il segno del sangue. Ora il rigagnolo rosso si è seccato. Sotto i portici si muovono delle ombre. Una, traballante. Si ferma. Poi svanisce. Sono. Solo.

V. Dicembre. Le due di notte. Il posto dove lavora Adele è chiuso da una saracinesca. Allora penso che andrò all’Ixnay, dico. Tiene aperto fino alle sei del mattino. Non è distante da Piazza Teatro Massimo. Mi faccio servire diversi whisky. Un fuoco fatuo dietro l’altro.
Su un taccuino quadrettato disegno linea dopo linea il ritratto della ragazza ossigenata dietro il banco. Accanto a me c’è una donna sui trentacinque. Nel suo bicchiere c’è un che di bianco, torbido.
Fai così per andare con le fiche, mi chiede. Dalla borsa trae delle foto di sculture in argilla. La guardo. Gliele rendo in fretta. Povera stella / sei proprio tanto triste. Se si è soli ci si trascura.
Poi devo averle detto qualcosa che non ha buttato giù. La tipa del ritratto mi rimprovera di aver offeso la sua amica. Non trattare male la mia amica, dice. Le ho scoperto nuovi solchi esplorandole il viso con la vista analitica. Vuoi raggiungermi a quel tavolo dove ci sono le altre, chiede.
Mi siedo con loro. Harem di streghe faccia da culo col midollo intirizzito, dritte sulla schiena. Quella che me lo fa venire duro si chiama Dori.
Le ho regalato una rosa, comprata troppo cara da un venditore asiatico. Ho messo la testa tra le mani. D’improvviso, un conato di vomito, qualcosa di trasparente sul pavimento e sul tavolo. Dori mi dice dolcemente di andare fuori con lei. Mi metto seduto sopra un motorino legato a un segnale stradale. Parliamo. Poi la bacio. Non le importa del sapore cattivo.

VI. Quelle figure femminili. Hanno gli occhi cerchiati. Sassi gettati in uno stagno. Musi lunghi. Una bottiglia. Del pane. Una foglia. Le dita sembrano ritagli di carta. Una è piegata. Dorme? Il suo viso è adagiato sulle mani dell’altra.
Giù davanti casa, bambini seduti in cerchio fanno comunella. Parlano ad alta voce e scorrazzano nel giardino. Si dicono cose in dialetto. Uno scatarra sullo sterrato. Fanno a chi arriva per primo. Le voci si trasferiscono in un altro giardino. Poi fanno ritorno rumorosamente, come un decimo cavalleria. Il primo chi è? Dice il più piccolo. Ha una voce stridula, sottile come uno spillo da agopuntura. Poco distante si sente un borbottio sommesso. L’inquilino dell’ultimo piano si è fatto pignorare lo stipendio, si sente. Non c’è mai silenzio, qui. Nello stereo metto Sul Viking Express] dei Massimo Volume.
Un uomo richiama suo figlio. Riccardo, vieni qui! Cosa hai comprato, papà? Chiede con ansia il bambino.
Nel lavandino c’è una montagna di piatti sporchi …
Bevo dai suoi occhi l’orina del suo edonismo / mi scolo i suoi complessi di colpa, celati furtivamente. Non lascio nemmeno una goccia / bevo a canna le brine dei suoi parabrezza. Le scuse periodiche tirate fuori pestando sui tasti giusti. Lo specchio posa lo sguardo su di me. Sullo sfondo, dietro il suo riflesso, alberi dalle lame affilate tagliano un cielo di carta alluminio. Sapore di whisky. Le stoviglie sono disposte su tre piani. Una, dal contenuto rosso, sembra un cuore pulsante / attira l’attenzione più delle altre. Parole confuse nel magma dei clienti, bimbe acqua e sapone. [Oggi ho dormito quasi tutto il giorno per non avere voglia di mangiare.]
Pianta mangiainsetti dai denti a squalo e occhi come fari. Ieri notte hanno ammazzato un ragazzo in via S. Vitale per questioni di droga. Adesso sono a casa. Fuori è buio. Dalle finestre dirimpetto si vedono bagliori di teleschermo. Un’ombra, seduta, si allunga sulla parete.
Ancora per strada. Su una campana per la raccolta del vetro. Jack Frusciante si è dato agli affari, hanno scritto con lo spray. Loredana mi ha preparato un Mohito. Le faccio compagnia per cena. Mi offre una sigaretta. Fammelo forte e allo stesso tempo dolce, dice qualcuno. C’è molta gente stasera, qui. Immagino i loro pensieri fluttuare solidi nell’aria in linguaggio Morse. Alcuni si fanno male, in solitudine. Una si chiama Claudia. Porta il gesso al braccio sinistro. Capita, se cadi coi rollerblade, dice. Fuori, sta piovendo a dirotto. L’odore della strada è tanti odori. Terra fusa e gas trascinati dal vento.
Molte ferite da coltello, hanno detto.
Una ragazza. Le sue minuscole dita frugano nel portafogli.

VII. Sono seduto in mezzo al letto, le gambe incrociate. A parte me, chi è passato di qui? Un bicchiere mezzo pieno e mozziconi sul pavimento. Un foglietto attaccato al paralume. Ci vediamo alla solita ora, dice. Per un quarto d’ora mi rigiro tra le lenzuola. Penso che finirò per fare acceso/spento per tutta la mattinata quindi mi tiro su.
Sera. Per strada ci sono molti poliziotti appiedati. Più in là, un posto di blocco. Hanno segnalato la presenza di una bomba in via Rizzoli. La polizia ha isolato un rettangolo di strada e fatto circolare.
A una trentina di metri si è raccolto un gruppo di curiosi. Dalle mie parti non succede mai niente del genere, dice Helen. Abbiamo fumato una canna, poi l’accompagno alla fermata dell’autobus. Helen guarda sempre fisso in quella direzione. In attesa che la bomba esploda ma non esplode. Una promessa non mantenuta. Il venticinque destro arriva con qualche minuto di ritardo. Un ragazzo con la maglietta del che, avete metà soldi del biglietto da darmi, chiede. Il venticinque destro parte. Helen, ancora lo sguardo nella stessa direzione. Dopo due incroci, sparisce.

VIII. Claudine è uscita alle sei. Ho portato qui le mie cose. Ha liberato metà spazio per i miei vestiti. Non molta roba. Poche paia di pantaloni. Una giacca marrone in velluto a coste. Due o tre camicie e poco altro. Vesti triste, dice.
Libri, qualche VHS, CD. Sento il sapore che lascia la sua lingua. Quando l’ho baciata, prima. Aveva una bocca d’inferno. Appena è andata via, ho sentito un piccolo dolore sordo dentro. Mi accendo una paglia. Ci sono riviste accanto al telefono. In una c’è una foto di RICHEY JAMES con una frase che si è inciso sul braccio. 4 REAL. Ne sfoglio alcune. Poi mi vesto. Mi accorgo che ho messo su qualche chilo. Lo stomaco gorgoglia. Claudine mi ha lasciato della roba alla crema, coperta da un tovagliolo.

IX. L’auto fa un piccolo foro nella notte. La fila di macchine sulla statale è lungo bruco luminescente. L’aria corre da una parte all’altra di questo minuscolo ventre.
Sul cruscotto, un teschio. L’autoradio emette una ritmica ossessiva. Piano piano il bruco mangia la strada. Un servizio sulle zone balneari. Il rumore che fanno i bagnanti immergendosi nell’acqua blu. Una voce. Il pericolo sta. Dove meno lo si aspetta. Il Guidatore si immette tra le due file d’auto, inerpicandosi sulla doppia striscia continua. E’ il solo modo per non perdere tempo, dice. Il tempo di che. Sopra un’altura, qualcuno. In appostamento, coperto da una maschera Seneca, imbraccia un fucile di precisione. Scalpare dai crani il cuoio capelluto. Il pericolo. Sta. Dove. Meno lo si. Aspetta.
Ehi, figlio di puttana. Al conducente della Renault 4 blu targata IN che ci ha tagliato la strada. Allora è smontato furioso con il revolver in tasca. Uno, due colpi gli perforano il cranio sfiorando il nervo ottico e fuoriuscendo da una guancia, raggiungendo il cervello. Cecchini, sui tetti delle case. Un proiettile vagante uccide il bimbo che ancora poppa. Guidi come una carogna, dico al Guidatore. Non ti è mai accaduto nulla con me al volante, no.
L’autoradio dà notizie sulla rapina di ieri. Poi eccoci al clou della serata, dice. Fumo una cicca del Guidatore, stando ben attento a non incendiare i sedili nuovi. L’eco dei motori che sgranocchiano l’asfalto / e i discorsi che uno fa. Quando si è in viaggio. Cliché oro-genitali. Racconti di coiti sulla spiaggia tra le rovine di un antico villaggio. Onde scrosciano nelle conchiglie.
Nascosto nel vano motore c’è un feto di bimbo abortito, insetto umido perché Claudine non teneva per niente a lui. Ci fermiamo in una stazione di servizio dove dormiremo. L’autoradio singhiozza. PARASITE. La voce di NICK DRAKE.

X. Quattro tipi al tavolo in fondo. Sotto l’orologio che ticchetta. Fermo. Le eliche da soffitto sono accese. Sai qual è, secondo me, te lo dico io. Aveva calcolato di farsi questi quattro esami qua. Può essere solamente di principio ma. Se ci pensi bene. E’ una stronzata. E’ una cazzata. Dice uno dei tipi. Visto la partita. Ma no, non di calcio, di pallacanestro, casa mia, sì. A un tavolo, poco distante, una famiglia di Inglesi. Lui stempiato. La fronte molto alta. Capelli biondi. LACOSTE amaranto e tiene in mano una GUINNESS media che porta di tanto in tanto alla bocca. Lei, molto abbronzata. Di spalle, la piccola.
I tipi ridono. Uno si alza per andare al cesso. Vado al cesso, dice. Sul tavolino ci sono due bicchieri con una fetta di limone sul fondo. Un pacchetto di Marlboro, in piedi. Occhiali da sole. Non insisto perché sono. Scemo. Mi fa imbestialire sta cosa. E quello che mi da fastidio è andare fuori dall’Europa durante il servizio militare neanche due mesi fa non ti facevano neanche il passaporto. Dice il tipo. La radio manda gli US3. E poi. Perché quelli di sinistra non sono abbastanza di sinistra, se ci fosse uno di RC e poi coerente, allora. Andreotti mafioso finché vuoi ma qualcosa faceva. Ma la Lega, guarda che è triste, eh.
Il vento fa sbattere la finestra.

XI. Il cameriere indossa una maglietta con la scritta 186 e il pipistrello della Bacardi. Dalle tende entra una luce abbagliante. I clienti portano grandi maschere. Fuori fuoco. Vedo solo gli occhi con lingue da formichiere. Con la lente d’ingrandimento vedo tre ragazze carine a un tavolo. Passate sotto lampada di raggi uva. E un ragazzo magro. Come uno scheletro, magro. E quasi calvo, faccia di cane, con una camicia verde a scacchi. Una si alza e va. Fino alla lavagna con i prezzi. Poi alla cassa perché qui si paga in anticipo. Fai un gin tonic, dice al barman. In un frullatore gira qualcosa di verde chiaro che via via si amalgama. Vuoi assaggiare, mi chiede Pavel. In un altro c’è una poltiglia marrone. La porta sbatte. Dietro la tenda con il disegno di sombreri, ogni tanto si vede qualche passante. Camminano nel sole. Ciao a tutti, ho qualcosa per te, Davide. Pavel allora? Chiede uno.
Davanti a me, stretto da una cravatta e con un cappello da cowboy. Non dice nulla. Si volta. Sparisce all’orizzonte, fra le bottiglie, cavalcando. Nel tramonto elettrico.
A pochi metri c’è una ragazza alta, seduta su uno sgabello. Uno dice. Allora, fai due magari … Bisogna fare lo scontrino, ragazzi, dice il barman. Mi chiamo Claudine, sono bionda, alta, mi dice al telefono, dice uno. Per me è una balla, è una che mi conosce e fa l’asina. Dice quello rapato a zero, la camicia blu. Dice margaritas alla fragola. Poi dice al suo amico, sto flippando. La ragazza alta ha il magone. Ascolta il tipo con la spiaggia caraibica sul retro della T-shirt. Poi sorride. L’altra se lo sta lavorando.
Ancora lui o esso. A braccia conserte. Immobile guardi nel mio bicchiere. La musica messicana riprende inesorabile. Come una condanna al patibolo.
Ho chiamato casa di F., oggi. Sua madre mi ha detto che è a letto, malato. Poi mi dice che è dimagrito di quaranta chili e la mia mente va da un’altra parte, davanti al corpo nudo di F. e smetto di ascoltare.
XII Sono diventata una farfalla e posso posarmi su tutti i pistilli che voglio, OK. Dice Claudine No, non dobbiamo vederci per un po’. A volte faccio il suo numero nella notte. Meno l'ultima cifra. Poi riaggancio. Sono troppo ubriaco per concatenare qualcosa di sensato. Le farei la punta, penso. Come a una matita Siamo andati molto oltre lo stare insieme, dice. La ascolto da mille chilometri di distanza, qualche pelo di fica si aggira ancora per casa. Se c’è uno che amo quello sei tu. Credi a quello che vuoi, dice. Il motivo di Evil Bitch dei Lagash mi rimbalza nella testa come una pallina da ping-pong.

La Strada, buia, è percorsa da auto sporadiche. Abbassa, abbassa il finestrino. Quanto vuoi bella, chiede l’uomo. Trenta, risponde. Il Guidatore osserva la merce. Non convinto, va via. La strada è delimitata da case basse, Alla porta ci sono le donne. Alcune porte sono chiuse con un grosso lucchetto. Mezze nude, dietro di loro, una luce fioca illumina la stanza. Ogni tanto entra un cliente. Sono uomini nervosi. La porta si chiude.
La strada è lastricata di pietra effusiva. La pioggia la rende viscida come il dorso di un grosso pesce. Poco distante, un uomo dalle braccia incrociate. Parla ora con i clienti, ora con la puttana. La trattativa dura pochi secondi. Una, bellissima, nella stanza semibuia sta lavorandosi un cliente di bocca. Come un aspirapolvere impazzito. Dentro il bocchettone dello elettrodomestico gli diventa una lunga corda sottile. L’uomo disincrocia le braccia. Apre un po’ la porta e se la richiude dietro. Si avvicina piano. Il cliente non si accorge di nulla / lo colpisce fra il colo e la scapola. Cerca il portafogli e lo trova nella tasca interna della giacca scura. La puttana pulisce con un fazzoletto gli ingranaggi dentellati. La cassa tintinnante dà la sparta al macchinario femmina.
Mi sono trascinato dietro, dal locale, il mio bicchiere. Bevo l’ultima sorsata. Poi lo lascio cadere fuori dall’auto. Si frantuma al suolo.

Un bambino frigna, da qualche parte, quando mi sveglio. Rombo lontano di settequattrosette. Questa notte alla tele ho visto Ho camminato con uno zombie di Jacques Tourner. Ho perso la fine perché il sonno mi ha sepolto per un po’. Prendo una paglia. Sono aumentate di prezzo, le paglie. Dal quadro con le due donne stilizzate pende un minuscolo ragno. Qualcuno, di là, sta facendosi una doccia. Fuori, la nettezza urbana. Penso a ieri. Insieme a quei tre ho preso una birra ai tavoli di un bar. Il Concorde era aperto. Siamo entrati per una partita a pallaotto. Adesso c’è il sole alto. Vado in spiaggia, mi chiedo. Ieri faceva caldo da far girare la testa. Gli amici di G. hanno invaso l’ombra.
G. ha la pelle molto bianca e sensibilissima ai raggi solari. Una ragazza, poco distante. Ha sedici anni, dice la sorella più grande. G. non si è sentito bene così siamo andati via.
Un anno fa, io e Claudine. La portavo qui a darle qualcosa di molto speciale. La forma del suo sedere nudo mentre si immergeva nell’acqua gelata. Facevamo il bagno insieme. Poi ci avvolgevamo, coperti da un largo asciugamano.

Alle pareti ci sono delle foto di famiglia. L’uomo con gli spioventi baffi neri tiene in braccio una bambina. Lei ha quattro o cinque anni. Sorride nell'obiettivo. Questa è a colori. Molte sono in B/N e si vedono uomini in costume da guardie borboniche. Si vede sempre l’uomo di prima, ma serio. La ragazza alla cassa dice che l’uomo che è il titolare della sala ha fatto da comparsa per Storia di una capinera. E un ruolo. Nella Piovra Nove. Me lo indica. Siede al videopoker.

XVI. Al mare, V. mi ha sorpreso a sorridere e a guardare in alto.
Non so cosa stessi cercando di ricordare. Impronte del giorno. Le ha lasciate nella notte. Lascio V. un po’ sola con S. Vado a fare una nuotata. A riva lascio i vestiti e un telo. Entro nudo in acqua. La luce elettrica di due barche, all’orizzonte.
Poi dormiamo. Un momento prima, con gli occhi semiaperti, guardo il chiarore della città, oltre la pineta.

 

XVII. Tagliarmi la lingua. Sanguinare come in Tokyo Fist. Oggi ho dormito per quasi tutto il pomeriggio. Mi sono svegliato una o due volte, con la faccia coperta di sudore, la maglietta inzuppata da un liquido gelato. Un formicolio mi attraversa il braccio. Perché ho dormito in una posizione scorretta. saltare, mangiare, riposare, digerire poi. Tornare a saltare. Faccio un giochetto con l’involucro di plastica delle sigarette. Senza tirarlo via, si deve farlo roteare attorno al pacchetto, finché non si vedono due alette. Perpendicolari al pacchetto. Così. Poi si devono piegare le alette verso il centro. Un dito per farle stare giù. Poi, sempre premendo. Roteare e piegare, ancora per due volte. Poi tiri via la plastica, la rivolti. Si rimette rivoltata sul pacchetto e la si schiaccia contro. Poi la sollevi e la fai roteare una volta e si vede un …
Questo pomeriggio ci sono trentasei gradi. Alle sei ha squillato il telefono. Ho risposto solo per zittire la suoneria. Era Claudine. Ha detto che era contenta di avermi svegliato. Le ho detto ‘fanculo e ho riattaccato.

XVIII. E’ una pianura nera. Deserta. Dove eserciti sconosciuti combattono di notte ]. E uomini come chi? Come Alessandro Haber in Mezza Estate. In pattuglie frammentate. Spiano. Senza sollevare un granello di polvere e in controluce.

XIX. Tutto quello che so / l’ho imparato dalla tele. A scuola non insegnano niente. Che ics è uguale a meno bi più o meno radice di (bi quadro meno quattro a ci) il tutto fratto due. Ti dicono degli isotopi dell’idrogeno. Quante gobbe ha questo tale, quel tale lì. Ma non ne sopportano il peso di nessuna. La volta che la prof di Mate è inciampata nel bordo metallico della pedana e ha sbattuto la testa al suolo, tutti ridevano come dei Franti. In quei pomeriggi, dopo la scuola, guardavo dieci volte al rallentatore Profondo Rosso. Specialmente Daria Nicolodi che fa roteare la sigaretta fra le dita.
Un’altra volta, a un supplente, mentre ci faceva lezione, è preso un ictus cerebrale. Lo hanno trasportato in ambulanza dritto all’ospedale. Due giorni dopo, tre di noi, me compreso, andarono in rappresentanza al funerale. Uno mi chiese perché stavo lì pietrificato, alla funzione, e piangevo. In fondo non lo conosci per niente.
Non mi ha insegnato niente. Ricordo che il supplente aveva la faccia rossa, poi paonazza. E aveva paura.

XX. Ho sognato, questa notte. Etienne era in terra. Legato per i polsi. Un uomo guida i suoi movimenti con un bastone. Etienne si contorceva. Facendo passare le gambe e poi tutto il suo corpo fra le braccia. Ogni movimento era molto doloroso per lui. Lanciava urla silenziose. Era tutto. Molto silenzioso come. [L’uomo con la macchina da presa di Vertov. Etienne mi sembrava più vecchio. Quando l’uomo la smette con l’impartirgli degli ordini. Pretende dei soldi per lo spettacolo e allora riconosco Etienne. L’ho perso. Dice. L’ho perso. Ed io, che cosa. Che cosa hai perso, chiedo. Allora Etienne ha cominciato a staccarsi per un lembo la finta pelle rosa e senza peluria del tronco. Sotto, un gorgoglìo rosso e nero. Aveva la forma di un grosso fiore che estendeva la corolla. Allora penso a quando lo avevano aperto, in clinica. L’ho guardato negli occhi pieni di lacrime, piangeva come un animale ferito. E i suoi capelli, torti e ritorti, pietrificati come un tricobezoar. Sporchi di polvere e sangue. Gli cadevano ai piedi in piccole stalattiti. Allora prendo per il collo l’uomo del bastone, che cerca di divincolarsi. e la faccio pagare, gli dico. E stringo, forte. Lo colpisco in faccia. Poi non ho più nulla fra le mani. Etienne insegue un’ombra strisciando su un fianco e si copre il fiore con le mani, spalancando la bocca. Gli occhi piccoli, serrati dentro l’incavo, svelando i solchi profondi della pelle grigia. Mi sono svegliato nudo e senza lenzuola. Mi rotolo sul letto. Come su una graticola e cuocio a fuoco lento.

XXI. Sono stato al concerto degli Asian Dub Foundation. Ci sono andato con G. In Piazza S. Pietro hanno allestito un palco. G. mette lo scooter sul marciapiedi davanti a un panificio. In un bar prendiamo una vodka. In piazza c’è già della gente. Alcuni si passano una bottiglia di vino. Seduti sulla gradinata della chiesa. G. mi presenta dei ragazzi. R., col cappello da pescatore e la canottiera. Poco dopo le nove e mezza il concerto si mette in moto. Dietro si intravede il chitarrista con una maglietta verde militare e i pantaloncini corti e trinca da una bottiglia di birra. Le prime file cominciano a pogare. Uno si arrotola un cannone con una mano sola. Dalla bocca del rapper schizzano via le parole / e corre da un capo all’altro del palco / e coglioneggia con la folla che si sbatte più forte. Più forte. Un tipo sudato viene fuori da lì in cerca di qualcuno. Intanto la musica si ferma. Il bassista prende il microfono. Un nostro amico starà dodici anni in galera perché si è trovato in mezzo ad una rissa. Qualcuno c’è rimasto Nessuna attenuante concessa, dice. Prima della fine del concerto, vado a casa a piedi. Per il corso non c’è un cane. Solo tre ragazzi che sbucano dalla traversa della Posta, camminando veloce, con una Moretti ciascuno. Dentro i giardini pubblici, mi bagno la faccia alla fontana.

Mi collasso un poco sul divano aspettando che inizi il Lungo Addio di Altman. Elliot Gould dà la pappa al micio. Mi fa morire Sterling Hayden incasinato col bicchiere. Mi fa. Morire. Poi dopo, scompare nelle onde come un vecchio relitto.

XXIII. All’alba le strade sono tutte coperte di nero. Perché il vulcano si è messo in attività. I lapilli sono arrivati in volo dal cratere fin qui. Già alle sei, qualcuno è impegnato a spalare. Un uomo porta a passeggio il pastore tedesco. Una ragazza perde in corsa l’autobus. Non si è fermato ad aspettarla. Aprono i giornalai. Degli uomini vengono fuori dalla saracinesca alzata a metà del bar. Per smontare il tendone che protegge i posti all’aperto. Il tappeto nero fa risuonare i passi. All’altezza del passaggio a livello, una donna grassa. Una grossa lumaca. Cammina in mezzo alla carreggiata. Le auto devono girarle attorno, per non investirla. Glielo dico, stia attenta signora. Ma no, non mi presta attenzione. Mente cammino nella direzione opposta, controllo che non vada sotto. Mi sento chiamare poi. Dov’è il tabacchi della stazione, chiede. Non c’è nessun tabacchi aperto qui, più giù la macchinetta, le dico. E lei, che ha soldi interi. Ah, ecco, ha aperto quello di via Roma. Ah, grazie, dice. Però vedo che si blocca guardandomi perplessa mentre vado. Ha la faccia tonda e lenti fonde e occhi azzurri piccoli come bottoni di camicia, i seni penduli e grossi come teste, capelli unti.
La signora del tabacchi mi passa il pacchetto. Si lamenta della sabbia che hanno scaricato lì davanti. Il marito è fuori con la scopa. Porcoddio, dice. Quando esco, mi chiedo dove sia la donna. Ce l’avrà anche lei l’obliteratrice, coi peli neri brillanti e forse anche lavata. Saprà di avercela. Non ce l’hanno solo le farfalle giovani e carine. E le Sante, anche loro ce l’hanno.

Io sono la donna-lumaca, io vedo con la vista della grassa donna. Il suo oblungo corpo rottame, il grosso ventre. Ora, io so di avere fame di poltiglia animale per metà decomposta, vegetali funghi. Per procurarmi queste cose striscio il mio lungo piede si estende per tutto il mio corpo grazioso e non appena ho trovato ciò di cui ho fame e dopo essermi saziata io comincio a rendermi conto di una parvenza di necessità ed io penso ad un paio di lunghi ed enormi tentacoli retrattili. Parvenze di necessità.

XXIV. Al passaggio a livello della littorina, vedo vedo uno con una Vespa rossa. Gli secca che passi prima di lui. Sono costretto a fare due passi indietro per non farmi atterrare. Svicolo a sinistra. Si volta per guardarmi in faccia. E lo fa attentamente. Sembra un porco, così, in canottiera, con quella gravidanza avanzata ed i capelli. I capelli sembrano una parrucca attaccata male. Mi guarda storto. Un tipo, a piedi. Ha tutta una metà della faccia schiacciata verso il basso, deformità asimmetrica come uno schiaffo sopra una faccia di plastilina.
Ho in mente la stupefacente donna gallina del finale di Freaks di Tod Browning. Ricordare di strisciare. Dalle nove alle ventidue donne strisciano ai piedi nel palinsesto diurno vestite fanno vedere di meno che quelle nude come mamma le ha sganciate dal boccaporto del notturno col numero telefonico tatuato sopra il culo come numeri progressivi marchiati a fuoco nei campi di prigionia piuttosto mi sento un entomologo come si può essere amici di un insetto, mi chiedo. La sgallettata squinziagallina dal finale di Freaks ricorda di strisciare fino alle ventidue. Dalle nove. Marcato col ferro incandescente, il numero ordinale. Sono andato a trovare D., oggi. Non appena suono alla porta, i cani hanno preso ad abbaiare. Non hai chiamato, prima di venire, dice e questo lo so. Mi sto preparando per uscire, dice. Dico OK e dico bye.

XXV. Penso a come sarebbe se ragionassi come una macchina, algoritmicamente. Vedrai quanto si resiste. Vedere come si sta dietro una porta chiusa con la maniglia solo da un lato e non è il mio. Testo il mio programma alla moviola. Inizio. Variabili. Costanti. Procedure. Funzioni. Corpo. Etichette. Iterazioni. Fine. Seh. Sicuro. Mi sono seduto in un angolo buio della stanza. E ho dormito così, seduto per terra. Voci dei bambini in giardino. Ehi Bambi Bambi, piccolo tenero cerbiatto spastico, attento a quello che fai. Passi per le scale. Tap. Tap. Dell’assassino si vedono i piedi. I rumori mi fanno. Male.
Alle volte mi sento come il crucco del Grande Uno Rosso. La guerra è finita, dico. Poi la baionetta di James Coburn mi entrò dentro. Ricordati di torcere bene la lama nella ferita OK. Il posacenere rischia di andare in fiamme. Bologna poi dormire perché sarò stanco. Fare le ore piccole. Perché ho paura di passare la notte da solo.
Mi trema la mano e mi verso addosso del whisky. Ne ordino subito un altro. Non ho mai visto nessun altro bere così. A lungo. Dice Etienne. Un altro e casca per terra, fa la barista senza nessun riguardo per me. Un altro e casca per terra. Un sorso e sento cigolare una porta. Cardini non oliati. Il mio treno delle quattro del mattino sta deragliando. Più in là. Spyros con la ganza che flirtano come due piccioni tubano. Lo scorso anno sono caduto dalla scala a chiocciola e ho dato sei craniate sui sei gradini più una sul pavimento. Vivevo del tutto solo. Son rimasto giù sconfitto per tutta la notte. Sarei potuto rimanerci. Gran cosa se fosse avvenuta, seh.

XXVI. Seduta ai tavoli del Picasso c’è quell’attricetta lì. Che ha fatto quella parte lì. Sì, da quattro soldi. Nell’Uomo delle Stelle. E quelli dicono che non se la ricordano e che il film non l’hanno nemmeno visto. E che c’entra. Nemmeno io. Me la ricordo dalla locandina. No non può essere lei, non è. E’ seduta con gente troppo ordinaria, dice Mary Porno. Come se le nobildonne non si grattassero o anche cagare o pisciare come noi. Non è il caso comunque di fare gli stronzi e importunare miss Universo, dico. Io e gli altri prendiamo una birra, eccetto Piccolo Lord che si gusta un frullato e io mescolo il contenuto del mio bicchiere con i laser dei miei occhi rossi, gonfi. E mi dimentico di quella.
Se non passi alla tele, non esisti. Se no non ci sarebbe modo di ricordarsi di nessuno, no. Guardo nel bicchiere. Poi me la bevo tutta. Come se una fregna facesse bam-bam solo nei film, sbandierando ai quattro venti la mia deduzione.
Intanto un ragazzo piantato con la barba rifilata le passa un braccio poderoso intorno al fuscello del suo collo.
Stava seduta al tavolo di un bar di una strada secondaria. Ha le gambe come due magnifici manici di scopa. Secche. Mi ha raccattato con la paletta dal fondo graffiato e bisunto del marcio bassifondo di Catania e non avevo le molle sotto le suole delle scarpe. Un cane arrabbiato randagio e sconquassato. Curate le ferite in superficie, mi ha ributtato in strada. Perché le ho mentito. Bisogna sempre. Dire. La. Verità. Non lo dice soltanto la vecchia catechista, piena di pulci, lo sciame cronico danzarle un tango sopra la capoccia che tanto mi piaceva osservare mentre spiegava il significato recondito dei sette Sacramenti. La verità è un atto d’amore. Seh, l’alveare catramoso dei suoi processi mentali rallentati dall’arterio ha prodotto. Ha prodotto. Avrei dovuto prendere Dori da parte e farmi spalancare il suo confessionale in mezzo ai due manici di scopa e dirle. Poi cosa. Fuori dalla porta a vetri c’è una micia in calura. Finge di non capire. Dove sei, pussycat. Non lo sai che adesso voglio dormire, le chiedo.

XXVIII. Mentre mi riporta a casa. Non sei mica come me, dice Piccolo Lord. Domani devo alzarmi presto per andare al lavoro, dice e che io non ho nessuno a cui rispondere di nulla. Certo. Non devi più chiamarmi Piccolo Lord in pubblico, OK. Altrimenti mi prendono per scemo, OK: Allora io dico che no. Nessuno ti prende per scemo. E che d’ora in poi sarà solo Baby Birba, no scusa, come ti chiami, ah. OK S., vada per S. Guardo i suoi bei denti che ognuno mi sorride. Comunque, non tutti si possono permettere un bel soprannome come Piccolo Lord,. che ce l’ha solo il mio amichetto Ricky da sotto il casco di capelli dorati da puttino alato.
Poi guardo nella notte. Per vedere se c’è. Anche solo un cane. Qualcuno di grande e grosso e alto come una torre, più alto di una città, che domini le luci. Come una sentinella.
Nessuno a cui rispondere di nulla. Penso. Perché non desidero nulla se non declinare sfondandomi con ogni cosa. Neanche respirare / ma intanto respiro. Di altro non ho mai visto nessuno guardando nella notte svaligiata di stelle.
Solo pali della luce regolarmente distanziati gli uni dagli altri. Nemmeno un idea, una dose minima nemmeno tautologica di senso. Penso che è una vergogna che non debba rispondere a nessuno di nulla. Neanche ai cactus nei vasi del terrazzo.
Non hai lavoro ne conti da sbrigare, dice. Avrebbero dovuto picchiarti di più da bambino.
S. dorme sonni tranquilli, mordendo coi denti il guanciale pulito mentre sogna di enormi tette che mima quando vede una con due siluri spaziali, portandosi le mani giunte in raccoglimento religioso all’uccello. Vivere come S., in mezzo alle righe di un codice a barre.

XXIX Dentro al Cluricaune. Mischiato a gente che si cerca. Mischiato, non in soluzione. Cercano un po’ di sé in qualche altro da sé. Gentilezze da bar come offrire una sigaretta o passarsi un bicchiere. Più tardi, due si fanno favori in un letto. Certo solo per visite brevi e vorrei entrarci in quel letto per sentire cosa si dicono dopo. Mi rivesto in fretta e senza fare troppe promesse a Xian-lin, faccio una ginkana nel disordine buio dell’appartamento. Chiudo piano la porta. Vedo tutta questa gente naufragare e io anche. Ki salveresti Kristof? E Kirislowski, colui che vede ogni cosa, i fili che collegano le nostre vite, invisibili.
I negozi di via Indipendenza, insegne, densità di nomi. Subìto l’inprinting. Letto a voce alta l’insegna di un elegante sartoria, di un gioielliere, di un negozio di liquori.
Bisogna onorare il padre e la madre.

XXX Auto di pah e mah in attesa dei bambini all’uscita di scuola. Ancora cinque minuti prima della fine delle lezioni. Do fuoco a una Emme esse, appoggiato a un muretto mentre parlo con Azìz e Giubbottino che è venuto a prendere le cugine di primo pelo. Il sole cade a picco sui seni enormi di queste ragazzine. Devono mettere loro qualcosa in quello che mangiano, secondo me. Non molto e sbucheranno già così dalle sale parto, con una quinta misura abbondante e produrranno latte per il loro personale consumo. Poi andranno al loro primo appuntamento rosa, tipo con il bambino assetato di sangue sul genere di Baby Killer di Larry Cohen. E berranno il sangue di pah e mah. Se fossi nato bambina non riuscirei a fare altro che toccarmele. Porterei i capezzoli alla bocca e me li ciuccerei. Non oserei al contrario toccare queste bambine dal corpo troppo gracile, lieve. Me le immagino in figurine sante che mi porgono i seni mutilati in un piatto. Con lo sguardo puntato in alto, congelate, che sbircia fra le nubi ed io che entro nel riquadro semiastratto della figurina santa. con una mano mi servo e poi la guardo mentre decolla, Mister Ics se la prende in cielo. Dopo la meraviglia ecco lo scandalo per lo spreco e me ne sto dentro la figurina santa. Nostalgia, con la Emme Esse fra le labbra spezzata e con i seni nel piatto un po’ morsicati i cui capezzoli mi fissano.

XXXI. Ho sognato, questa notte. Mi trovo in una radura. di non so che posto. Tutto è pieno di luce. Le cose e gli uomini sembrano disegnati. Niente profondità. Due gruppi di soldati si fronteggiano, asserragliati dietro barricate di tronchi d’albero. Io sto da una delle due parti. I miei prendono accuratamente la mira. Qualcuno viene colpito da una parte e dall’altra, nella pozza del suo stesso sangue, cade. Io non ho nessun’arma. Dal folto del bosco, alle mie spalle, un uomo con i nostri colori, la tuta mimetica ricoperta di fango mi si avvicina camminando basso. Non dovresti essere qui, lo sai. Poi sfugge fra gli alberi, ridendo, col basco indossato di traverso. Poi penso che devo uscire allo scoperto e lo faccio come se i proiettili non avessero il potere di ferirmi. Appena in piedi, uno mi trapassa da una guancia all’altra. Poi niente.

XXXII. Ci infiliamo nella sfuggita numero sei. Saliamo due rampe di scale. Adesso siamo sul ponte del traghetto FS. Il vento ci scuote i capelli. Vedo la grande massa di acqua smossa che produce schiuma. La costa si allontana. Le luci del porto si affievoliscono. Penso ad A. Non credeva che smontassero il treno per convogliarlo dentro lo stomaco della nave. Al ristoro prendo un caffè. Attento a non berne troppo, è un vasocostrittore, ti fa venire l’emicrania e i brividi di freddo. E dico OK. Per arrivare al banco ho dovuto attraversare un intero corridoio in mezzo a file parallele di sedili. Non sento pronunciare una parola ma tutti stanno guardando me. Verso tutto lo zucchero di una bustina. Bevo. La barista mi dice qualcosa, ma non sento. Ecco T. ed S. che si stringono nelle spalle. Fa freddo qui. Torniamo al vagone. Fino allo scompartimento buio. Ci prepariamo per la notte. T. mi osserva, mi chiedo perché, allora le sorrido ma si fa sempre più scura. Non mi interesso ai posti che lascio, le dico. E lei. Sarebbe sorprendente ottenere da te una frase diversa da questa. Che vuol dire, le chiedo. E lei. Niente, niente. Forse perché non mi importa di nessuno in fin dei conti, penso.
Poi abbiamo dormito. Durante la notte T. fa una corsa verso la ritirata. Nel buio sale per la scaletta dopo che è tornata da lì, per rimettersi giù. Cosa c’è, le chiede S. Ho sboccato, le risponde T.

XXIII. Da dieci giorni, siamo entrati nel nuovo appartamento. All’ingresso c’è uno specchio. A volte, quando siamo seduti per pranzare, vedo il mio riflesso e devo distogliere l’attenzione da lì, altrimenti non riuscirei a toccare cibo. Messo lì, è un espediente per far sembrare raddoppiato lo spazio, penso.
Ieri notte, non riuscivo a prendere sonno. Così, mi sono rimesso in piedi. Vado in direzione di Porta Zamboni. Nell’ombra c’è un uomo immobile sotto i rami di un albero che sporgono da un’inferriata… Sono entrato dentro al Cluricaune, attraverso la calca dell’entrata. Al banco c’è M. Ho ordinato una Guinness media. Mentre bevo, osservo una partita a biliardo. Giocano male. Il tavolo, poi, pende da un lato. Ho terminato in fretta la birra. Davanti al Soda c’è una ragazza sbattuta con le gambe per aria. E un ragazzo in mezzo a quelle che lo cingono. Meglio non disturbare. Quando torno, non ci sono più. Accendo una paglia del pacchetto appena comprato. La scritta dice. Aperto dal Primo Ottobre. Nell’appartamento c’è pieno silenzio. Dormono. Poi dopo faccio un sogno che non ricordo.

XXXIV. Mattina. Girovagato. Pomeriggio. Sono uscito da solo. Ho bevuto una birra grande e stop. Le ragazze sono di là che sfrigolano al cellulare. Per strada ho visto degli anziani seduti ad un chiosco di gelati. Ho pensato che mi piacerebbe sembrare come sono o essere come sembrano. Appagati. Per strada c’è una donna con una busta della spesa. Mi cammina accanto. Ci è venuto incontro un barbone. Barcolla. Bofonchia qualcosa. Scherza, scherza pure, dice rivolgendosi a qualcuno degli spettri dei suoi. La donna lo ha guardato schifata. Poi si è voltata verso di me. Ha abbassato lo sguardo. Allora si è affrettata ad arrivare all’auto. Adesso le ragazze stanno cucinando. Si dicono qualcosa a bassa voce. La tele passa i trailers dei film. Si sente l’odore della carne che cuoce. Sullo schermo ci sono i concorrenti di un telequiz. Sto seduto al posto più lontano dallo specchio. In qualche giorno dell’anno, ne sono sicuro, in condizioni particolari di allineamento dei pianeti, quello specchio mi mangerà. Al primo assaggio delle crêpes al cioccolato preparate da S. con amore.
Al secondo, non so perché, ogni vecchio che muore è una biblioteca che brucia che brucia brucia brucia, mi è venuta in mente.
XXXV La sola cosa che c’è di bello di te è quello che dipingi, mi aveva detto R. Sul resto non vale la pena di soffermarsi. Non me la sono presa. Faccio il bucato. Nel sottoscala c’è la lavanderia a gettoni. Mi sono portato giù Washing Machine dei Sonic Youth. Mi siedo sul pavimento. Humh, qui non spazzano da almeno una settimana, però. Tiro fuori la biancheria per metterla nell’essiccatoio. La porto alla faccia. Sento l’odore di pulito e il tocco delle cose morbide. Ci vogliono quaranta minuti per asciugare. Accendo un’Emme Esse poi. Spengo sul pavimento poi.
Penso, in un episodio di NYPD, una ragazza viene messa in un essiccatoio e ci rimane per tutto il ciclo. Mi sono chiesto. L’essiccatoio mi ha lasciato i vestiti umidi. L’essiccatoio non essicca, mmh.

XXXVI. Flashback. A Livorno avevo visto un mimo tutto vestito d’argento e teneva un cerchio di luna fra le mani e se mettevi una moneta nel cappello ai suoi piedi finalmente si muoveva, imitando le fasi lunari e cos’è la notte mi sono chiesto.

XXXVII. Ero con P. seduto sul divano nel piccolo salotto all’ingresso e mentre incombevano i suoi nell’altra stanza, due porte in là, mi aveva detto che credeva di amarmi. Allora l’ho baciata. Si è tolta, prima, la gomma da masticare dalla bocca. Il sapore non era dei più gradevoli. Poi le ho toto la maglietta, lasciata in sospeso sopra le tette, slacciato il reggiseno, baciato i capezzoli mentre mi sedeva sulle gambe. Dentro la patta avevo così caldo che, per lo strofinio, sono venuto. Pensavo che sarebbe durato solo, solo per oggi, mi dicevo e pensavo io mi sento bene quando sto tutto rannicchiato in un cantuccio, in posizione fetale, così si sviluppa più calore e se chiudessi gli occhi, mi sentirei come dentro una bolla di. Calore.

XXXVIII. Ho fatto un giro per il quartiere. Pochi minuti. In via Bentivogli. C’erano due tizi malandati. Si fermano. Su, cinquantamila, mi fa uno. Io dico peccato, non le ho. Ce l’hai una sigaretta, almeno, chiede. Io dico sì, che ce l’ho. Gli porgo il pacchetto aperto con l’ultima sigaretta. Per me niente, dice l’altro. Coraggio, ce la dividiamo. E quello, stanotte mi hanno rubato anche la coperta. Una vecchia bacucca, guardando me. Che brutta gente che gira da queste parti e la nipote che la tiene a braccetto le dice, neanche tu sei tanto bella, nonna. Mi sono fermato a guardare una vetrina, guardavo il mio viso riflesso. Non c’è da preoccuparsi, ho pensato.
Quando sono tornato a casa c’era un’atmosfera triste e dolorosa per qualcosa che era successo da cui mi hanno tagliato fuori. Avrei potuto dire qualcosa ma sono rimasto in silenzio con la testa fra le mani e coprendomi le orecchie per non sentire. Ho lavato alcune stoviglie, coprendo le parole con uno scroscio d’acqua. Sarei voluto uscire.
Pensavo, oggi ho guardato alla tele Il Gigante. James Dean tutto invischiato di oro nero. Unica donna desiderata. Poi diceva. Della mia vita squallida e vuota.

XXXIX. Mi chiedo se non sia violento già desiderare qualcuno. Io non ho mai fatto del male così. Mi piace carezzare la pelle. Claudine mi cavalcava come fossi un vibratore con apparati secondari. Come un bambolotto meccanico.

L. In via Mazzini, piove. Mi sento dentro le orecchie la voce di Shawn Smith. Quel pezzo, Battleflag che ho ascoltato col repeat fisso. L’acqua mi è scesa dentro la camicia. Una grande indifferenza si è impadronita di me. Mi sono attardato a guardare le loro facce. Sento le risate della gente …
Puoi lasciarmi anche da solo, dico ora a S. mentre cerco di spaccarmi le budella bevendo. Se ti scoccia, vai, le dico. Non fa niente, dice. Attraverso la nebbia, vedo i suoi occhi comprensivi e poi lucidi e … Teneva la testa adagiata sul braccio, disteso sul bancone. Sembrava stesse per piangere. Non volevo sai, le dico, raccontarti queste cose tristi e quella volta mi sono innamorato di lei e non è più finita. Incontriamo G. per strada. Ho una nuova ragazza, dice. Giovanissima e bellissima, lo dice. Come se fosse una cavalla da corsa. Mi chiede anche di Helen che non vedo da luglio. Entriamo al Cluricaune a bere ancora ed io gioco una partita a biliardo con un inglese e gli vinco tre partite su tre.
Ci siamo messi a sedere sui gradini all’entrata del palazzo con le due grandi iniziali dorate R. ed M. Non so per cosa stiano. Perché non ne voglio sapere di rientrare. Guardo cadere le foglie in terra. Verdi, gialle. Quelle verdi non sanno ancora di essere morte.
Don’t make me cry dice ancora Shawn Smith. In una delle poesie di S. ci sono maschere di piombo e un labirinto ….
Stanotte alla tele, forse I trentanove scalini di Hitchcock. Stanotte muoio, vedo scritto su ogni superficie bianca a lettere cubitali in nero come è elegante il nero su bianco o il nero sull’argento, anche sotto la fanghiglia. Per la strada. Piove. Sono uscito di soppiatto.

 

XLI. Fuori la finestra. Alberi. Una gru.
Se penso al mio nome …. È una finzione del linguaggio. Mi guardo e vedo un altro. Se illumini l’aria, vedi milioni di particelle. Se illumino la buccia delle cose vedo le impronte delle dita che io stesso ho lasciato poi le tolgo con uno strofinaccio umido. Perché bisogna che tutto sia pulito e in ordine.
Fuori di qui continuano a cambiare le cose. Fiori e animali meccanici. Tutto verrà spazzato via, tolta di mezzo e rimpiazzato con cavi e circuiti e microchip e l’ultimo esemplare umano. Mette al suo posto un automa e poi ecco. Che Si. Uccide.

XLII. Flashback A Roma stavo ingollando il sesto whisky. Accanto mi si siede uno che comincia a riempirmi la testa con un'alta marea di discorsi su Rimbaud e Verlaine e di come era dinamica la loro vita di coppia. Indossa un giubbotto di pelle nera. Comincio a sentirmi la testa pesante. Ti accompagno fuori, mi dice. Usciamo dal locale dal nome greco. Non so quando ho realizzato che fosse un posto per gay, approssimativamente dopo l’arrembaggio al decimo drink. Mi chiede di dove sono. Di una parte che se la rivolti come un guanto resta sempre una parte che non è questa, gli rispondo. Sto a Roma solo per una settimana e questo è il sesto giorno della mia settimana, ok. Mi prende la testa fra le mani e mi bacia. Dopo prende la sua moto. Io salgo dietro di lui. Sento il vento, freddo. Mi porta a casa, la sua. Mi fa entrare nel salotto. Perché non in camera da letto, gli chiedo. C’è qualcun altro, risponde. Mi fa sedere su una poltrona e mi abbassa la cerniera lampo dei pantaloni e mi si mette con la testa fra le gambe. Comincia a lavorarselo ma no, non viene su. Ci si mette di impegno, però. Avanzando e arretrando veloce. Il seme caldo gli invade la bocca. Allora lo ingoia. Poi si versa da bere uno scotch. È in piedi, mi guarda. Mentre me ne sto con l’oggetto di fuori con la testa riversata indietro. Poi, per un po’, credo di avere dormito. Del culo non se ne parla, eh. Mi aveva chiesto seccato. No, gli dico.
Il giorno dopo mi sono svegliato nel mio letto. Le lenzuola sono zuppe di orina. In quella settimana ero in caccia di una cameriera di un locale, il posto si chiamava THE BUG, perché ancorata al soffitto c’era tutta la carrozzeria di un maggiolino rosso. Non ricordo come si chiamasse e se ci sono andato a letto. Una sera portava una specie di lenzuolo addosso, un sari? Legato in vita. E dei sandali. L’ultima notte non sono andato da lei. Ho dormito sotto un ponte, in mezzo all’erba bagnata. Perché non c’erano mezzi pubblici che mi riportassero a casa ed ero troppo ubriaco per andare a piedi. Da lì ho avvistato un uomo greco che conoscevo, sull’altra sponda, che si stava lavorando una donna nera contro un muro. Nelle acque galleggiano cadaveri, ho pensato. Ieri notte ho visto Anonimo Veneziano alla tele e mi è venuto in mente questo anche se non c’entra.

XLIII. Ti volevo solo dire che il tuo quadro. È bello. T. mi ha lasciato questo messaggio sulla scrivania, questa mattina. Sei morto dentro, mi aveva detto ieri. Scrooge. Tanto piacere. Le avevo detto. Dentro un bozzolo di ragno. Osceno, odioso.
Ora me ne sto con S. sui gradini di Piazza Maggiore. Ci sono delle coppie. Riescono a parlare di ogni cosa. Due bevono una birra dentro un boccale da un litro, portato da casa. Uno è disperato perché non trova una cartina. Andiamo via, uomo ragno.

 

LIII. Cary Grant, Grant Cary è alle prese con i turni di bagno. Cammina Non Correre ha per titolo il film. Non riesco ad andarci al cesso. Ho lo stronzo al culo da almeno tre quarti d’ora mentre al bagno ci sono le tipe che si fanno le carucce mentre io devo semplicemente espletare. Non è molto simpatico tenersela. T. è uscita dal cesso con della crema di bellezza sul visino. Hai ancora della merda in faccia, le dico. Tante grazie per la scelta lessicale, mi rende più sopportabile la giornata, dice. Ed io, prego. Quando ho finalmente accesso faccio uno schizzo di diarrea sulla superficie bianca splendente mentre l’aspiratore Vortice è in funzione.

XLV. Loredana è ancora in pigiama, ora. Ed ha appena cancellato delle macchie di sangue sul pavimento. Seduti sul divano ci sono i due. Mi dice che …
Oh, senti, non sapevo che il giorno dei Morti, in Messico si festeggiasse mascherati (Lori lavora alla Piedra). Che … la notte prima è uscita con loro.
Sono tornati dal Soda Pops ubriachi. Fuori dal portone, hanno sradicato un lampioncino. Uno si è spaccato una mano. Per le scale qualcuno si lamenta con l’amministratore. Non ce la faccio più a stare con questi, dice. Già, però, quello te lo sei scopato sul pavimento della cucina, giusto, penso. Prendo parte dei libri che le avevo lasciato in deposito, prima di partire per l’estate. Poi la saluto con un inchino.

XLVI. Studentessa del DAMS con temperamento artistico. Borchiata. Reale e nuda sofferenza a causa del suo aspetto esteriore: Warhol? Di fisico non era malaccio. Che vuol dire, chiedo. E lei. Niente.

XLVII. Flashback. Prendevo lo stesso treno di D.O., tutte le mattine. Quello delle sei e sei minuti. Anche l’ultima volta che l’ho visto, era alla stazione dei treni. La giacca grigia e la ventiquattrore. I capelli biondi e i baffi, tutto molto ordinato. Mi ha passato una Marlboro Light. Abbiamo fumato a mezzo quella sigaretta, nell’attesa del Catania. Mi ricordo il gesto elegante nel salire la scaletta, perfetto. Mi piacevano quei guanti di pelle marrone. In treno parlava dei Timoria.
Una settimana dopo. A tavola e stavo pranzando e mia sorella. Sapete che è morto uno. Chi. Chiedo. Mi dice il nome e io gelo e sento le unghie di qualcosa conficcarsi nella schiena. Come. Chiedo. E lei, si è sparato. Fuori pioveva. Sono uscito a piedi e sono andato verso la spiaggia. Ero bagnato fradicio e guardavo verso il mare. Poi lontano, all’orizzonte per vedere se davvero esiste un raggio verde - vedi Eric Rohmer - ma quello è al tramonto mi sono detto. In un bar ho ordinato un caffè. Alcuni uomini, probabile che non avessero altro da fare, avevano preso di mira me, così, tutto inzuppato e fradicio. Uno mi ha messo una mano sulla spalla. Parlo con te. Cosa sei, sordo. Lascialo stare, dai, gli stava dicendo un altro. Allora gli ho piantato due volte la zuccheriera in testa, forte, davvero forte. Quello è piombato giù con due ferite aperte sulla fronte e si teneva la testa e urlava. Allora sono corso fuori, per i vicoli. Mi sono nascosto dentro a un portone lasciato aperto. Ho sentito che passavano di lì. I loro discorsi. Se lo prendo, quello là, gli taglio la faccia.
Il funerale di O. è stata una delle cose più tremende a cui ho assistito. C’era aria viziata e squallore. Di fronte alla morte diventano viscidi come un’anguilla per il troppo sudore. Ho odiato tutti, quel giorno.

XLVIII. Con Salvatorez naufraghiamo al Soda. C’è questo cesso di ragazza con le occhiaie. Si toglie il maglione di lana e sotto ha questa maglietta con la mascotte degli Iron Maiden che le somiglia. Allora sbuffo a ridere e sputo la birra come un irrigatore a pioggia. Dico a SAL se per favore, glielo dice. No, questo no, dice lui. A questo punto ogni cagata che diciamo ci fa crepare. Sal dice al tipo di farci un paio di quegli Spaccabudella. Torna con due calici. Veramente peso, dice Sal e sarebbero sufficienti ma gli diciamo che vogliamo anche la correzione di whisky. Alla tipa, ehi troia, le dico. E quella si pianta in piedi e comincia a urlare che non lo è, troia. Invece sì, dico io a lei, che le abbiamo scroccato tutta la sera le sigarette mentre a lei sicuramente ballava in testa l’idea di farcisi uno di noi due.
Poi mi è andato tutto al cervello, a me più che a Sal, e Sal dice che è meglio che andiamo, meglio. A casa ho vomitato di continuo, anche il giorno dopo. Mentre tossivo nel lavabo della cucina, perché era lo scarico più vicino, S. mi è venuta accanto e mi ha messo una mano sotto la fronte. Non so se ho mai voluto bene a qualcuno come a S.

XLIX. Non ho mai smesso di detestare quella che non la passare liscia al marito perché è un vigliacco in Passione Selvaggia. Gregory Peck spiega come dev’essere l’eroe silenzioso di marca americana con tanto dolore che tiene per sé. Quelli che fanno chiasso si perdono la parte migliore del dolore, quello che te lo fa apprezzare, dice.
Ho sentito un botto, poco fa / alle una e trentotto. Che poteva essere uno sparo. Un altro ancora. Dalla finestra aperta sento il frastuono del cantiere. La gru è ancora slanciata verso il grigio.
Ricordo di aver visto dei quadri di gru di una pittrice milanese, dipinti con gli smalti. Comunuque niente di speciale. La gru si staglia scura contro il cielo plumbeo e si stanca di farsi vedere da me. Forse sono l’unico a farci caso per almeno un’ora al giorno.
[Il manovratore si chiederà perché non risponda ai comandi il braccio di metallo si piegherà fino al suolo e scaverà una buca enorme e ci si sprofonderà dentro. Il grosso uomo con la barba, al piano di sotto esce come sempre in mutande e pantofole e con una sigaretta piegata fra le labbra - certo sintomo d’impotenza - satollo di cibo. È preso di sorpresa. Una delle sue abitudini, negata. Si gratta la pancia e resta laffuori a pensarci un momento, poi rincasa. Abbassa le persiane. Cerca un canale TV che trasmetta tutto il tempo alberi impazziti. Man mano sparisce tutto. Le palazzine giallo ocra. Il giardino alberato. Il casermone rosa. Non esco più, decide / per non prendere paura / terrò le persiane giù.]
Un anno è passato che conduce questo andazzo e sono l’ultimo uomo sulla terra, si dice fra sé e sé. Solamente, ogni tanto, si lamenterà del rumore. Di passi. Attraverso il soffitto.

L. Predator. Le sembra ridicolo, non è il suo genere di film. Qual è il tuo genere, allora. Quelli con Kim Rossi Stuart, dice. Mi piacerebbe aprire il mio corpo / per vedere se / c’è nulla di organico / dentro. / Mi si è scollato il tacco / della scarpa destra, uscendo. / Vedo che c’è posta per le ragazze. Io non / ne ricevo da settimane / niente di nuovo sotto / il sole che non c’è, a Bologna / piove. Incollarlo con il mastice? / Il manico del Mocho / Vileda si è spezzato, perché / ho messo troppa forza nel passarlo. / Il manico di ogni cosa che / ne abbia, si è spezzato / tra le mani. Mi chiedo se / anche S. abbia un manico. / Per un’ora circa, ieri si è / annoiata. Perché non sei venuta da me, le chiedo poi abbiamo visto insieme Predator.
Nella boscaglia, una minaccia invisibile. Tra loro si diffonde la paura. Moriremo tutti, dice uno dei personaggi.
Da quando siamo venuti ad abitare qui / il fruttivendolo vende soprattutto / cetrioli. / Lui governa il mondo, a volte solo un / metro quadrato, un metro e / mezzo di suolo pubblico.
LI. Quando stiamo mano nella mano. Stretti per ore sopra il divanetto e non facciamo del sesso OK delle volte l’ho baciata le sono entrato dentro il reggiseno imbottito e ho trovato il suo duro capezzolo ma questo non vuol dire nulla. Fuori ci sono dieci centimetri di neve. E continua a cadere. Piega gli alberi mentre ascolto Unsound Methods dei Recoil. Quando è uscita fuori, nella neve le ho tirato dietro un libro. Le ho tirato dietro un. Libro. Ha battuto contro la porta. Ed è ricaduto al suolo. Come fanno gli oggetti. Se non li muovi prima Legge di Newton.

 

LII. Con me ho un sacchetto del pane. Per strada. Mi scontro con una donna. Il sacchetto cade, mi piego per raccoglierlo. Anche lei si china e la vedo bene in faccia e vede bene in faccia me. Prendo il mio sacchetto e quella si scusa poi. Entro in un complesso residenziale, prendo l’ascensore. È un ascensore a vetri, le porte si aprono e lì mi attende una seconda donna. Alle sue spalle ci sono due agenti in divisa e quella fa. La donna che hai urtato è una ladra. Più tardi si presenterà con un pretesto, ti mostrerà una cassetta. L’agente donna, d’aspettare a rientrare, lei dice. Lei dice, le chiedo. Sì e di mostrarle l’esterno della casa. La conduco con quelli nel bar ristorante. Dai vetri si vede bene l’ingresso. E il balcone. Mi passa un binocolo, ci guarda dentro, sembra tutto calmo. Al secondo piano, qualcosa di insolito. Ha un abito largo. Giallo. Capelli rosso brillante. Tiene in mano un annaffiatoio verde, dà l’acqua alle piante. Questa è mia madre ma. Dico no. Mi chiedo. Perché in casa a quest’ora poi. Sparisce sul lato destro della balconata e dalla stessa porta sbuca la stessa donna dello scontro per strada, la vedo bene con questi cosi ed è. Agghindata come mah, porta una parrucca. Tra le braccia, una chitarra intarsiata che suona poi. Appare ancora mah poi. Succede che quella dà addosso a mah. Una spinta la fa precipitare oltre la ringhiera, cadono giù per due piani. Ora sono avvinghiate al suolo. Allora corro attraverso lo spiazzo, quando le raggiungo sono ancora avvinghiate poi. Prendo quella per i capelli e le si sfila soltanto la parrucca e la getto via, ma poi. La prendo per i capelli, la trascino al centro dello spiazzo. Lontano. Da mia madre. E là. Prendo a darle calci in faccia e anche se si divincola non la mollo. Ho fatto girare i capelli intorno alla mano, così non potrà scappare. Continuo a colpirla finché non ha più una. Faccia. Poi la lascio ed è morta. Guardandomi intorno vedo che ci siamo solo noi due, io e la donna che ho sdraiato. Questo è il sogno di questa notte.

LIII. Dentro il posto. C’è parecchia clientela. Solo un sedile vuoto. Uno dentro l’altro, molti bicchieri sporchi. Lori mi accoglie sorridendo. Cosa ti do, chiede. Una birra, per adesso. Appena hai tempo, le dico. Ti mostro dei disegni. un attimo di tregua e viene fuori dal banco, fuma una sigaretta insieme con me. Le porgo i disegni. Soprattutto questo è molto bello, dice. Un’improbabile luna. Molto secca, in camicia da notte. I tratti esasperati. Artigli. Attorno a noi il posto si sta svuotando, perché è ora di cena.
Non so cosa dire, dice lei. Sto per perdere una persona molto cara, sono giorni che non lo vedo, dice. Però la tua non è una bella faccenda. Potresti buttarti da una delle torri, dice. Adesso però non è l’orario di apertura al pubblico, dice controllando sull’orologio. Credi che basti un terzo piano, le chiedo. Potresti rimanerci come potresti finire scemo o sulla sedia a rotelle. Credo che dovrei buttarmi di testa allora, le dico. Così almeno smetto di pensare. E lei, dimmelo quando lo fai che ti do una mano. Se ti muovi ancora, ti finisco con un colpo di pistola, mi dice. Aspetta un momento. Va nel retro, torna con una pistola ad acqua. Bam-bam, premendo il grilletto. Poi dice, sul serio, non pensarci troppo. Oggi è il suo compleanno, le dico. Vorrei poter essere con lei, le dico, invece di stare qui a bere piscio. Ho paura di andare a casa e la paura di andare in strada. Finisco il secondo bicchiere. Per strada c’è un gran freddo. Faccio attenzione a non scivolare sulla neve. Accendo una sigaretta. Casa e mi viene l’emicrania e il naso sanguina. Sullo schermo c’è il Generale Ratton, dà uno schiaffo ad una recluta. Dice, non posso soffrire i vigliacchi. Levatemelo di torno. Mandatelo al fronte, sbraita.
Oggi è il compleanno di Clara Calamai.

 

LIV. Penso alla rottura della relazione io avevo un amore amaro con Clara Calamai nel senso di relazione versus definizione cioè se io dico A e tu opponi B senza un C che ci medi allora il processo si arresta e si finisce con l’odiarsi il bicchiere ancora colmo in mano e mi sorprendo per il fatto che torno sempre se servono bicchieri colmi fino all’orlo colmi e con un occhio enorme che punta su di me quale sarà la mia prossima azione si chiede mirando all’occhio nell’affollamento dei locali ci sono occhi ovunque e addue addue persino al posto dei capezzoli delle pucchiacche tengo il profilo basso per timore di farmi vedere nudo Nosferatu no non molto espansivo fotocopio il ritratto degli avventori nella mia testolina dove colleziono identikit dentro la mia personale sezione scientifica la Scientifica. Una tizia nei pressi del biliardo si interroga quando è distratta prendo nota di ogni suo mutamento d’umore mentre poco a poco il pavimento si deforma in una voragine credo che dovrei sostituirmi gli occhi con dei bottoni era come se vendessi bottoni, non era più roba da mangiare, dice uno dei clienti comatosi nel pieno della caduta sul soppalco la trama del tratteggio si fa più intricata per far venire fuori i volumi mentre scavo con la Tratto sulla carta le facce di cui sono affascinato consumatore la mia è quella di un pupazzo da ventriloquo sto in piedi sopra il palmo di una mano enorme con la giacca mossa dalle correnti d’aria e cappello a tesa larga e c’è sempre questo occhio segreto che mi squadra da capo a piedi in fondo nel modo in cui voglio essere guardata ttorno a me uomini senza braccia succhiano broda analcolica come si succhia la minestra da un piatto e dalle teste ciocche isolate di capelli elettrizzati e occhi spiritati come quelli di Carmelo Bene come se mandassero energia alcuni mantengono un equilibrio precario e sorridono sorrisi fatti da chirurghi con pochi mezzi come ghigni di Joker cosa c’è sepolto sotto queste risate mi chiedo se non un incredibile vuoto. In un angolo. Illuminato da una luce che viene dal basso. Il DJ demolisce i piatti.

LV. Messo su i Blonde Readhead la tana adesso è pulita spazzata dato il MOCHO ripulito ogni superficie penso agli astronauti di Dark Star di John Carpenter e a cosa l’isolamento comporta e così la navicella spaziale dà tutta un’altra impressione ora non c’è modo ci sia niente fra me Daria Nicolodi cioè esiste un noi fino a un certo punto dopo siamo lei e me OK per me interessante sottotrama per il mio consumo di paglie la neve fuori si sta sciogliendo lei sì che sa quando e come ogni dente del suo fermacapelli si è spezzato così rimango qui solo soletto con la foto dei Fugazi e altro faccio l’inventario ingurgito pastasciutta con la Simmenthal ora non è poi così male dico dopotutto. Riempie la pancia. Mentre mi gusto la mia sbobba è tornata T. dice che le sono presi fortissimi dolori alla schiena così corro ad una farmacia aperta ventiquattrore su ventiquattro viene a trovarla la ragazza del piano interrato e fanno conversazione cercandosi i punti in comune come gli oranghi che si tolgono le pulcette a vicenda e viene fuori che quella non ama i punkabbestia. Nemmeno i troppo fighetti. Quelli che ti guardano dall’alto in basso come dire non sei unica come noi dice quella poi. La città è tetra, troppi portici, dice. T. la informa che impazzisce per la danza quella tira fuori che da qualche parte a casetta sua in un cassetto c’è una foto che aveva tre anni e stava sulle punte e T. fa che bimbe così piccine non dovrebbero stare sulle punte dopo un’ora che hanno sbobinato la lingua la ragazza torna a interrarsi e T. a friggere al telefono cellulare col fratellino. Io sprofondo e penso a un pezzetto d’oceano dentro a una zona arida morta tipo Montagne Rocciose e dentro quelle acque alghe e pesci che vedo per la prima volta e ho indosso un abito impermeabile che termina come una medusa e il bavero alzato e occhiali da sub non ho bisogno di respirare le mie dita terminano in lunghe unghie mentre con gli occhi chiusi viaggio questo trip mi accendo una superpaglia mi metto con la testa fuori la finestra perché l’odore dà la nausea all’orango e vedo quella che a prima vista è una cometa no non è/è un aereo è che le luci della città coprono quelle più deboli poi c’è questo suono di tromba di CHET BAKER faccio solo cose sgradevoli mi sbatto di qua e di là come un metronomo e scaravento fuori un me non del tutto perbene quel che riesco a vedere di me è solo uno …

 

LVU. Torno a casa con il treno della notte alla stazione mi viene a prendere G. Per strada incontriamo Azìz col solito ferrovecchio e quelli smontano per dire ciao a casa c’è pah di spalle in balcone a fare vampate con una sigaretta sporto in avanti per vedere chi arriva lo chiamo ma non sembra sentirmi è tutto un sogno. Come viene su bene il giardino le lancette di una sveglia la tagliano in due in verticale tra qualche ora sarò nuovamente tra le coperte la mia mente dirige le persone che conosco come marionette e quelle mi danno il tormento ricordandomi che sono sempre presenti e non mi lasceranno mai solo ti daremo sempre una mano. Dicono. Ci saremo sempre. In strada vedo fantasmi di gente con cui ho parlato anche solo per mezzo minuto spuntano da ogni angolo di strada aggiro i posti dove sono già passato migliaia di volte e dove sono appostati per tendermi trappole d’interlocuzione incontro D. passando vede che l’ho notata e mi fa un sorriso veloce e a ventaglio e stampato per l’occasione non si ferma solo reindossa la maschera precedente e rientra nel suo binario dentro al portone blu e quei cani tornano a latrare i sogni sono come un balletto di icone ogni momento si moltiplicano accoppiandosi fra loro una strana identità sessuale a caso mettono piede in te salde dentro te si punzecchiano con il loro chiodi dal di dentro una bambola vodoo alla rovescia entro in via Zamboni c’è un passaggio sotto un’impalcatura, tra due tramezzi di lamiera. Poi entro dentro al Cluricaune. Una scura, chiedo con i verdoni in mano. Per favore, uno dice. Io sono uno, dieci volte in dieci modi differenti. Scusa, uno dice, posso avere un succo di pompelmo e … cos’hai di succhi?

LVII. Un uomo. Adesso guarda indietro. L’altra sua mezza faccia si stacca dal cranio per vedere anche lei. Il suo davanti gira sul tronco. Così che il culo stia dalla stessa parte della faccia. Paletti di legno bucano i muscoli avvolti nel filo spinato. Tipi appoggiati ai banconi. Questo posto è solo pieno di banconi per appoggiarsi. Avvolti nel fumo delle loro sigarette. Cercano di sembrare naturali mentre parlano a vanvera. Bevo un po’ d’acqua. Pezzi di Bounty mi sono rimasti fra i denti. Trabocco ai bordi di mondezza. Fuori dal Celtic ci sono tre ragazze. Una dice. Diglielo una volta, due e un’altra volta ancora. Quello ti molla. Vedrai che ti molla. I lavori alla fognatura in Via Marx, caderci dentro con il fango che ti entra nelle mutande. Quello ti molla. Da un lato della strada c’è un cantiere. Mettono su questi cazzi grigi. Dall’altra parte c’è una caserma dell’Esercito. E in mezzo, questa voragine, delimitata con il nastro a strisce rosse e bianche. Una scavatrice. Il fondo marrone della strada lascia uno strato umido di fango sotto la suola delle scarpe. Alla fine della strada c’è un’edicola. Più in là il deposito degli autobus delle Due Madonne ma dove stanno le due Madonne, mi chiedo. Ci si infanga un po’ ma a piedi si passa. Quello ti molla. Nella mia testa c’è un treno carico di Clara Calamai.

LVIII. La neve sui marciapiedi è stata tolta di mezzo quasi del. Tutto. Ma si rischia ancora di scivolare dentro le. Crepe. Ai bordi. Un tipo maneggia a un Bancomat. Non gli sgancia. Come farò a mangiare, adesso.
Tu vuoi farmi stare a digiuno, dice ancora il tipo al Bancomat. Non è così, chiede. E va via con la coda fra le gambe. Come farò a mangiare.
Piazza Aldrovandi si illumina di una luce artificiale poi. Strada Maggiore per andare dal Lurido a farmi un pezzo di pizza. Mi metto fra le labbra un’altra paglia. Quando si è consumata fino al filtro, anche io svanisco. Lascio al mio posto solo un mucchietto di cenere.

LIX. Entro in una macelleria. I pendagli di carne in bella mostra. Il tipo saluta uno fuori dalla vetrina. Hai giocato a calcio questa settimana, gli chiede. E quello, ma poi. Come sta tua moglie. E’ sotto chemio, gli risponde. Ho respinto dentro lo sbocco di saliva e ho inquadrato la tipa con le scarpe di pelle di coccodrillo, i guanti di pelle, un soprabito molto, molto chiaro e un trucco eccessivo sul viso smorto. Si è fatta fare credito. Il macellaio mentre scrive sul quaderno dei conti. Meno trentamila, dice. Anche tu ti ci metti piccola.
Prendo una stecca di Nazionali senza filtro al tabacchi. Il tipo dice, sono quelle che ci insegnavano a fumare da bambini. Per strada una bimba con la voce buona per lo Zecchino D’oro
Il liquido schiumoso whisky puzzolente attraversa il tubo digerente nel senso opposto, peristalsi inversa. S. mi chiede sottovoce. Cosa hai fatto. Mentre mi svuoto glielo dico e lei. Non devi farlo più. Mai più.

LIX. Jeremy Irons si sbatte la nuora ed il figlio cade per la tromba delle scale. Con T. ci scambiamo dei cioccolatini, un ovetto KINDER ma questo non vuol dire che sono totalmente un benefattore non c’è latte nel frigo stamattina. Che, avete del latte, scrive su un foglietto per i vicini di casa lo stomaco bolle il campanello suona, adesso due volte, un attimo, dico mi metto i pantaloni e vado a vedere è un tipo piccolo con gli spessi occhiali da vista siete voi che avete scritto questo chiede beh sì gli dico quello mi porge una busta di Granarolo da un litro dallo spiraglio vede il peluche giallo a forma di piovra di S. posato sul letto di là bello quello mi dice me lo dai chiede te lo puoi scordare gli dico buono penso mentre mi gusto il mio caffelatte mentre girano i Tripping Daisy. Aspetto che arrivi un pacco ti ho messo dei maglioni pesanti dice mia madre al telefono. Li ha comprati tuo padre ce ne deve essere per forza uno rosso o qualcuno con dei colori sgargianti i maglioni di pah sono sempre molto ridicoli poi il rosso non mi va bene preferisco il nero o il color vomito d’ubriaco comunque mi aspetto una sorpresa magari pah questa volta terrà conto dei miei gusti figlio degenere / un figlio del genere / dico mi accendo l’ennesima Nazionale senza filtro aspettando che il postino bussi due volte ed ecco la sorpresa ce n’è uno nero antracite uno color vomito e uno blu. Stupiscimi, pah.

LXI. Cammino lungo via Oberdan in cerca dello spettacolo di danze argentine una donna col carrello del supermercato sbuca in strada attraverso due auto parcheggiate la Jeep investe lei e il carrello cade rovesciata su un fianco cercano di metterla di nuovo in piedi ma ricade come un sacco di patate penso allo studente morto c’era l’asfalto viscido quella sera aveva una rosa nel cesto porta oggetti la bici slitta e il ragazzo sbatte la testa non si è alzato più un incidente così banale.
Andiamo a sbattere a un incrocio contro uno che non rispetta il diritto di precedenza la grossa auto ci becca sul lato sinistro l’auto va a morire contro un segnale stradale sopra lo spartitraffico nei pressi dei binari del tram G. esce dallo sportello davanti con un taglio sulla fronte e molto sangue sulla faccia ha tutta la faccia coperta di. Sangue. Veniamo fuori ad uno ad uno anche S. ha un gran taglio hanno dato una testata al parabrezza e V. sviene tra le mie braccia. L’ambulanza li porta via dopo un quarto d’ora io resto con i vigili e l’uomo dell’altra auto prendono nota della lunghezza dei segni di frenata mi fanno compilare un modulo in tre righe devo spiegare la dinamica dell’impatto l’uomo dice della sua auto. L’avevo comprata ieri. Poi viene da me e mi dà un biglietto da visita dice fammi sapere a questo numero come stanno i tuoi amici piego metto in tasca il cartoncino sono le cinque del mattino hanno già trasportato via l’auto con il carro attrezzi ghiaia sulla strada per non far svanire i segni delle gomme vado a prendere il treno il giorno dopo ho sentito gli altri. Il biglietto da visita l’ho buttato in mezzo alla carta straccia.

LXII. Seduto sui gradini, al secondo piano del trentotto la ragazza siede appoggiata alla parete opposta la sua carnagione scura gli occhi nel vuoto una leggera gobba sul naso le sopracciglia sottili e le labbra sottili anche quelle tra le dita una sigaretta il pollice appoggiato alla fronte i capelli in disordine con un piccolo gesto li porta dietro l’orecchio un giaccone scuro e stinto pantaloni neri scarponcini marroni la borsa a terra vicino ai piedi magra attorno a me altri studenti in bocca ho un vago sapore di caffè.
Dopo la lezione sono andato al Cluricaune ordino una birra nel pomeriggio è molto tranquillo qui solo il rumore di una stecca da biliardo che cade sul soppalco di legno conversazioni segno un riquadro sulla carta ingiallita di una vecchia agenda. I mesi sono segnati in quattro lingue come i giorni della settimana il numero del giorno è segnato grande in arancio segno dei contorni a penna si rincorrono è una figura femminile con grandi spalle e il collo sottile i capelli prendono da un lato fino all’altezza dell’ombelico le ho fatto gli occhi grandi e strabici il naso è un chiodo non ha narici la bocca aperta dentro c’è un occhio come una biglia di vetro e seni grandi e occhi invece di capezzoli e dell’ombelico ai fianchi pendono delle maniglie le braccia due aste si assottigliano e finiscono con dei guanti di gomma all’orecchio sinistro un cerchio come gli anelli per la tenda delle docce la vita l’ho appena iniziata faccio anelli di fumo dopo un po’ il posacenere si riempie il ragazzo lo svuota accanto a me si siede Etienne ha con sé qualcosa di arrotolato e una borsa una tromba d’aria dice mi ha fatto volare via la bancarella ho ricomprato il panno dove dispongo le mie cose dice. Ordina un caffè macchiato. Si versa una bustina di Dietor buono dice mentre parlo con lui una figura dalla faccia coperta di nero non si distinguono i tratti solo lembo di pelle tirata e inchiodata al riquadro ha ancora le spalle larghe e il collo sottile la figura culla due mezzelune con due facce rivolte verso l’alto le mani sono mani vere / percorse da grosse vene una accarezza l’altra la figura è vestita da una tunica. Da una delle due lune sorgono dei prismi. Dall’altra delle linee ondulate. Come quando l’ipnosi …

LXIII. Ho preso lo zucchero. In casa non ce n’è. Per strada vedo tre uomini. Muratori. Hanno gli abiti da lavoro. Coperti di calce. Si dicono qualcosa. Le barbe incolte, i capelli spettinati. Provàti dalla fatica, camminano sbandando. Vedo un uomo che dà indicazioni a un altro. Incontri due semafori e poi. Un fantoccio di carne. La sua testa è attraversata da rami dalla punta intagliata. Uno entra dalla sommità del cranio, esce dal mento. Uno da una tempia all’altra. Altri conficcati nella schiena lo fanno sembrare un dinosauro. Perché mi guarda, mi chiedo. Dritto negli occhi. Poi prenda a destra, dice l’uomo. E poi vada sempre dritto. Il fantoccio ha una cavità all’altezza del cuore. Dentro, c’è un piccolo uomo nudo. Apro il portone con la seconda chiave da sinistra. Il fantoccio ha uno spiedo da una narice all’altra. Premo il pulsante di chiamata dell’ascensore. Non sanguina. L’ascenso­re a vetri percorre due piani. Apro la porta dell’appartamento. Il fantoccio di carne muore. Al suo posto c’è un. Cane. Il cane ha la testa di un negro. Invece delle zampe ha quattro mani. Al suo collo c’è un guinzaglio. Con delle punte di metallo. Il guinzaglio non è tenuto da nessuno. Il cane va nella stanza delle ragazze. Lascia impronte di fango. Poi, nel bagno. Si mette dritto sulle mani posteriori e si guarda nella specchiera. Tastandosi la faccia per vedere se. La barba è troppo lunga. Accendo una Nazionale. Preparo dell’altro caffè. Mentre vedo che quello gioca con una testa mozzata. Mentre riempio d’acqua il serbatoio della caffettiera. Vedo che la faccia della testa è identica alla mia. Rotola. Va a finire in un angolo della stanza, fra gli scatoli di cartone. Pieni di vestiti. Fumo la paglia, nascosto dietro gli sportelli dell’angolo cottura. Il caffè sta salendo. Lento. Preparo quattro tazzine sopra dei piattini. Verso il caffè. Quanto zucchero, chiedo. Al tavolo quadrato. C’è un uomo in mezze maniche di camicia e. La cravatta nera. Da impiegato. Il colletto inamidato. Ha due ampie narici. Come quelle dei gorilla, ce l’ha grandi. Dalla sua testa escono fuori occhi e numeri. Al centro del tavolo c’è una testa parlante, una scultura iperrealista, in gesso. Ha la testa senza capelli. Due cucchiaini. Dice, con una smorfia di dolore, come costretta dalla fissità del gesso. Un secondo uomo. Con delle lampadine accese da 100 Watt che gli sorgono al posto delle orecchie. Ha le labbra cucite con del filo di nylon. Mani come cactus. Si gratta la testa con il piede nudo. Chiedo se un cucchiaino va bene anche per loro. Annuiscono. Porto le tazzine a tavola, a due a due. Do da bere il caffè alla testa di donna. E quella fa. Davvero buono. Mentre Take Five di P. Desmond suona poco distante. Bevo il primo sorso di caffè. Chiudo gli occhi. Riaperti. Sono solo insieme a quattro piccole tazzine di caffè. Vuote.

LXIV. Al mattino. Trovo uno dei suoi lunghi capelli nei miei ieri siamo stati davanti alla tele fino alle tre di notte per vedere Boris Karloff nei panni della mummia annodato l’uno all’altro con nodo scorsoio. Sottovoce ci parlavamo dentro l’orecchio ho cercato di entrare nei suoi sogni mentre dormiva con la testa sul mio petto quando si risveglia apre gli occhi sorride è bellissima.
Boris Karloff muore. In Targets non c’era nessun mostro, solo un cecchino su un tetto, appostato ai lati dell’autostrada. In un vecchio racconto a fumetti DC l’assassino è un reduce del Vietnam ossessionato da Lovecraft e dal Mucchio Selvaggio per Sam Peckimpah gli eroi sono gli sconfitti penso ai protagonisti ripresi di spalle mentre vanno a. Morire. Le carezzo i capelli scompigliati mi passa un braccio sotto la schiena e mi abbraccia adesso è tardi dice vado a dormire quando tutto è silenzio mi metto la giacca nera di pelle apro la porta piano salgo le scale e raggiungo il tetto fissando il vuoto sono così stanco dentro la giacca c’è il pacchetto di Nazionali vedo che c’è l’ultima sigaretta la estraggo e l’accendo qualcuno deve aver aperto la porta di casa sentito i miei passi e guardato dallo spioncino apre e tira dentro una borsa penso con delle scarpe pensavano ke fossi il ladro da qualke parte vengono delle note al pianoforte torno giù per il corridoio faccio avanti e indietro dentro m’addormento sul copriletto adesso è stropicciato e in fossato kés’è rotta 1a stasotto …

LXV. Per le scale c’è profumo di detergente per pavimenti. La donna delle pulizie. Mi chiede se per caso. L’ascensore non funziona. Le dico di no, è di nuovo guasto. Buongiorno, mi dice. Fra tre settimane è Capodanno. Penso a botti e fuochi d’artificio così forti da farti chiudere gli occhi. Credo che andrò nel deserto, enormi distese di sabbia davanti a me. Ne raccolgo nel pugno chiuso. Poi la lascio cadere. Sto modificando il deserto. E’ una frase di Borges. Nel giradischi gli Unkle, la voce di Tom Yorke. Con le mani sulle orecchie. La sigaretta si spegne da sé. Mi concentro sui rumori del cantiere. Stridere di sega circolare. Passaggio veloce di uccelli. Le foglie degli alberi giù, nel cortile. Si agitano. Mosse dal vento. Suonano alla porta.

LXVI. T. ha versato della ceretta calda sul pavimento. E’ finita anche nel lavello, su una pentola e alcune posate. Si è combinato un porcile. Mentre ripulisce mi fumo una paglia, facendo anelli di fumo. In ginocchio, cerca di scrostare la ceretta dal pavimento, indurita. Vorrei essere un maschio, dice. Per non avere certi problemi. Di depilazione. Tutti hanno dei problemi per un verso o per l’altro, le dico. Voi non avete il periodo, dice. Hai ragione, dico io.

LXVII. S. è seduta sul letto. Ancora in pigiama. Accende un bastoncino di incenso. E’ attaccato con un nastro adesivo ad un bicchiere. Lo muove su e giù. Formando degli anelli. L’incenso sta per consumarsi del tutto. E’ seccata. Il suo gioco sta per finire.
Ora è seduta sul pavimento. Sta lucidando gli stivaletti neri con un panno.

LXVIII. Questa notte ho fatto questo sogno. Con me ed F. che ci sediamo in un bar. Lì ci sono D. e Claudine e la sorella. E c’è mio padre. Mentre prendono le ordinazioni. Vado poco distante a comprare le sigarette. Compro quelle con la scritta Soporifere. E torno. Mi siedo e accendo una Soporifera. E allora la sorella di Claudine. E’ tutto a posto, abbiamo sistemato tutto, dice. Io mi chiedo, per cosa. Allora glielo dico. Per cosa, le chiedo. Allora quella mi fa che con Claudine mi sposo fra un mese. E mio padre, già, dice. E’ tutto sistemato. Che Claudine è incinta. Io mi chiedo come, non l’ho neanche toccata. Allora glielo dico. Io non mi sposerò mai. Io questa non l’ho scopata. La sorella. Fa a Claudine. Ma che sei. Pazza? Allora io corro e quelli mi inseguono e. Anche mio padre. E’ tutto sistemato, mi urlano dietro, mentre corro col fiato sul collo. D. non c’è a inseguirmi. Mi chiedo dove sia.

LXIX. Ancora un sogno. Quattro uomini e io. Vestiti uguale. Un completo a un petto. Al crepuscolo, in una grande piazza, tutti con la bombetta sul capo. In mezzo alla piazza c’è un ciarlatano che si sbraccia. Ha in mano un bastone con un diamante all’estremità. Intanto. Penso. Non devo mancare all’appuntamento. Mi dirigo. Lasciando gli altri, verso il sagrato della chiesa che poggia sulla piazza. Vedo che lei mi viene incontro. E’ Claudine. Apro le braccia. Lei mi prende le mani. Facciamo un girotondo. Poi pronuncia un nome ma non il mio. F., esclama. Allora lascia le mie mani per quelle di un altro ragazzo. Ha il viso di un angelo. Pulito. Come quello di un bambino. Ha i capelli folti. Si guardano negli occhi. Sorridono.
Adesso raggiungo quei quattro. Il ciarlatano ci porta dietro un tramezzo di legno per farci assaggiare la sua cura miracolosa. Lì ci sono due vecchie puttane. Hanno lunghe gonne. Si sdraiano a terra e si alzano le vesti. Uno dei quattro cala sulla prima. Mi metto sull’altra imitandolo, inginocchiandomi a terra, e poi su di lei. E’ molto doloroso. Quella si lamenta. Mi sono svegliato, venendo. Mentre mi pulivo al gabinetto. Sentivo l’angoscia durare ancora.

LXX. Le posso chiedere una sigaretta? Sì certo. Dice l’uomo. Dal marsupio trae un portasigarette. Ne prendo una. Mi fa accendere, anche? Mi porge la fiamma. Grazie, dico. Mentre sto per andare via, mi dice qualcosa che non capisco. Mi faccio più vicino. Come ragazzo non sei male, dice. Gli faccio un cenno di saluto. No, eh? Dice. Mutando l’espressione del volto.

LXXI. Un bambino si arrampica sulla saracinesca di una farmacia chiusa, mettendo i piedi nella griglia. Infila le diecimila lire nel distributore di profilattici. Due ragazze. Una dice. Lo avrà mandato il padre.

LXXII. Sul viale corre un’auto lussuosa. Si ferma poco davanti a me. Da quella scende una donna. Ha i capelli legati sulla sommità della testa. Un vestito nero, corto dovunque lo si guardi. Sento che scambia due parole con l’autista, in albanese. Poi si aggiunge alla ragazza orientale che c’era già. L’auto va via.

LXXIII. Dissolvenza e fine. Osmosi di bianchi e neri su pellicola d’ossa non c’è lieto fine nel soggetto del nostro otto millimetri su corrimano untuosi dove il respiro si muore poso i miei guanti neri e scalo montagne di scale di un solo gradino consumo GALOUISES BLUE incatenate una all’altra penetrando solitario assolo di sassofono baritono… Ancora sul tetto, guardo oltre la ringhiera. Contro il cielo si staglia la silhouette di un albero immenso che sembra toccare il cielo. Sembra una testa rovesciata all’indietro che urla molto.. Ho fatto due passi indietro. Una breve rincorsa e poi… Vedo accendersi la luce per le scale. Passi un’ombra. Andrea, sei lì? Andrea … mi chiama. Rispondi, dice S.

Incantatore di serpenti
Medusa che mi pietrifichi

 

2.CHÈMIO PER VOCE RAUCA

LXXIV. Sto depravandomi all’Irish col terrore / della pagina bianca e non so per chi / o cosa tamburello
le dita sul banco per cui posso
disfarmi delle preoccupa
zioni chemiincrostano
il popò

oggi mi sa
che abbiamo da mettere
alla prova qualcuno
Elga ma
Francesca l’hai presa, no

Bevi qui o fuori

Vuoilghiaccio

sono tre

La cassa beep beep tintinna poi bene
figurati ciao
ciao
tacchi di turisti
americani e breve
consulta
zione toc toc sul pavi
mento d’assi di legno happy
Hour finalle venti
e trenta

Te la sei presa la rivincita eh ed io
mi ricordo di te
benissimo
quando avevi i capelli lunghi per
ché eri molto carineggentiiile
C’avevi le piùbbelle
chiappe dell’Irish Peppe anche ma
c’ha la lordosi

Tieni una siga
retta lo so anch’io senza
non mi viene neanche
voglia di bere

Butto giùncuba Libre
che ho appena
sbiliardato con un pollo al pod***
il sapore alcolico nelle viscere

Carlos si chiamava il pittore
brasiliano che ho conosciuto
nella ricerca ostinata del posto letto
totenantz dei miei stivali
Fammi qualcosa di davvero
peso che mi di
stragga da questo monday
bloody monday che scorre
alla grande, una bomba all’uranio
impoverito nel mio digerente
confla
grante come una
supernova spettrale

Vuoi l’acqua?
Non se ne parla, no
come va?
Non ci si può
l’amentare

A me piace tanto
la situazione agrituristica cioè
tranquillo cioè
il cameriere tintuisce una
scomodità e poi entri e staibbene
e staibbene
evviva il mugnaio eppoi
crescentine

Mi fai ascoltare ma
uno che non conosco un pezzo di
Shirley Bassey emmenomale che
non 6 un uomo

Quella cosa che quando pensi a
una cosa che non esiste invece
esiste cos’è

Fammi qualcosa da paura che
mi sbatta già facilissimo Propeller Heads
ironicheddissacrante
senza che ti spacchi coglioni Jacques Brassel code
sono arrivato al sommario delle mie
acidule
considera
zioni sulla greppia
sconquassata che la cessa
si ritrova

Le poten
zialità ci sono tutte per farsela
come una cassapanca sovrappeso
in [Nodo Scorsoio] col
cadaverino ettutto ciò è molto
nauseante

Ieri solo quaranta
ne ho bevuti e poimezza
tanica di nafta e lo sciamano
mi suggerisce daumentare
il dosaggio
di valicare il record serio dei miei
eddabbeverarmi alle fontane
di Manitù collacqua di
fuoro che mi scolla
le budella dal consueto
stand by bye
bye

L’occhio segreto delle mie attività
masturbatorie
la mia ragazza dice che
faddiventare ricchi mac
cosa c’è dassspiare nel mio
taccuino?

No proprio no
non ci siamo
qualcosa cheddia
l’euforia

Lo volevi shakerato o normale

Se l’avessi voluto
shakerato te l’avrei
chiesto sta
zitto cheggiai
parlato troppo

Qualcosa D
piufforte lascia
che ci pensi un attimo no
qualcosa da
kamikaze non so
se ci siamo capiti, okchei ehy
Miele.
Tieni d’occhio il lato selvaggio occhei

 

 

LXXVI. Imprimi nella tua mente e chiama
chiama chiama il signorino con i
pregiudizi dimostra amore piu’
per il cane schiantato
terribilmente contro un autoarticolato
in a quattordici ed e’ meglio che ci sia anch’io quando lo dirai prima del modo malinconico da giornata di
pioggia col carillon
sventrato come Nagasaki con le sibille
in topless in spiaggia vissute
come un sacrilegio come no
iella significa come no che non
guadagni nessun punto
dandole una bella strigliata per
ifrastica attiva
che cosa batti le mani alla musa
inquietante che fa la pompa ad alto
potenziale al poeta
solitario intesa sex
unisex coi cavallini che faceva per
che’ vendevano e sarebbe finito
dietro le sbarre con la pelle
levigata e serica e chiara
insieme con gli angeli amorevoli
protettori che si vede che non sono
questi
proteggi-slip che ti rendono piu’
fresca e libera
al fresco nella tua gatta
buia invertendo il senso d marcia del
sangue
pulsante nelle vene monumento
vero della vita riassunta in due righe
max
sessantanove battute dal grande
archeologo in giro
come uno zombi fra le nature
morte nella dimensione
tattile ecco io vorrei
che ti lasciassi
spirare

LXXVI due volte onan al concime
che seduci il benjamina
dalle setole incrociate kriss
croso sei romantico nono
stante tutto, il post-bellico per cui
t sbellichi dalle rizla
pero’ boh
non lo so
ti ciulli il merchan
dise e le scatole cinesi con
le praline gogna colorate
col fermento/medicinale
letto attentamente il foglio
illustrativo cura per la dissociante
calma piatta sconfinante
nell’immateriale prurito
alle natiche pungolate
dalla marcia indietro a rotelle
verso gli “ho la tensione”
che sprigioni miseriaccia tua
col ripieno goloso di “puliti
dentro belli
fuori.

 

LXXVII giu’ downtempo, il pieno di
torture vietnamite campate a sbafo
bazzicandoti Houdini nelle notti d
stomachevole
nausea nel giro dei pubblici
fanta fieri d
te per la magica
serata coi germi
della leggenda cheggia6 per 6
deis sopra 6 che
la domenica si scaracchia da se’

 

LXVIII si anneriscono le controparti
nel tepore intenso che guidano
le spoglie diurne al fracasso
dipinto sulla carta
da parati nel party dato
dalle calde afroditi che mi
centellinano il milk
shake fra le stecche
scatenate nello sballo
della pista strobo
congiurante con la chewing
gum sotto la suola delle scarpe
verniciate in oro sballottate
in orologi all’arancia con l’occhio
vitreo che luccica come
le collane di perline che
piacciono alle sbarbe etiliche
lesbiche laggiu’ nel rintanarsi serene
nelle stanze appartate
le mansarde sacre colla porta
chiavata e nella serratura conforme
al perimetro delle mie
feritoie nere vedo molli
carezzamenti greci che mi
allentano le valvole del bricco

 

LXXIX. Ci voleva una bella
doccia di fiori a campanula bianchi
ibischi antivirus
abbeverati a Smirnoff per il costi
pato ambulante lemure
piazzato in casa mia
carico di erbe peru
viane e non vedo davvero l’ora
che si sbologni da qui
e in corsa più dei leoni
tIpo gli Afri
cani in maratona

Il nais di essere femme.
Rollo coi toni lilla e la vita
che tracima di nuovo nel tempo
delle mele e sverna osanne
e rapsodie di lady
che serrano i nodi
acquosi tra le cosce del gusto
salino dei rovesci al centro
con la fiala
proteica scoppolata e se vuoilben
venuto a meteo cinque

LXXXI Ho la biemmevu
insabbiata in follicoli
piliferi si sgolano
col moccolo al naso e punching
ball sbucciati che fanno i Merlino
per farmi contento con l’amore
platonico e l’idea
fissa negli attriti
servili sabbatici che
sgonorro infantile
a pioggia sui visi
idrovori

 

LXXXII La morte di una parente
si fobica si accuccia fra i Moloch
creduloni riguardo la biemme
vù che dovrei avere ma no
non ce l’ho cottissima
bestia dai soliti
sospetti del kappagi
bì o musta
fa (mmi) un inchino
e la riverenza obbligata e lo speciale
trattamento giusto per
ché mi privo della proprietà
privata baluginando gli occhi
azzurri come il Mar Rosso.

LXXXIII Misogino tra le nubi col sacco
di juta pieno di teste colle rotelle
fuori posto e sogni stuprati
rapiti da Nonsolo
Moda colle turbanti
emozioni avvolte sul capo
aspirami da una paglia
come una boccata di trie
lina le dita intrise di perver
sioni solide e stupefa
centi erezioni gonfia
bili sullo sbottonato corsetto
che butti via
sul baby
dollfuliginoso che contrasta
col tuo serio contegno puritano
aspirami come un gas salubre
di scappamento collegato all’abi
tacolo della tua rossa fiammante bocca
fuoriserie colla lingua agitata nello
spazio no
non tanto vergine
dell’inesorabile ingoio.

LXXXIV Chiuso a riccio nel tuo bozzolo
ondulatorio sopra l’emisfero
sbo(r)reale surreale
mieti le ghiandole
sonorifere che non c’è
suono di cui avvalerti non c’è parola
sussurrata che vuoi avvertire giù
nel fondo senzabisso del tuo soli
loquio impermeabile indossato
nella cavalcata in trench che godo
nel vedere all’orizzonte come polveri
alzate dalla corsa nel vento del mucchio
selvaggio di dolori sradi
cati nell’ego totemico frastagliato

LXXXV L’insanicidio è un patri
cidio e non c’è Santo che
tenga
L’insanicidio è un patricidio e vice
versa per cui impugna la pala
e ricopri di terra le membra
del tuo calorico
persecutore appena
nutrito col topi
cida e procurati l’alibi
seducente che ti pari
dai guai distrutte le prove poi
transuma spaziale fino alla stella
da circo dell’abie
zione a cui assisti
quotidie collo sbotto metallico
delle ganasce ipocrite
versano piscio sulla volontà
edipica naturale
naturale che sbottino

LXXXVI Le note flautate della tua gola
appesa ad asciugare
che non sai che non trovi che non cerchi
sugli spartiti congelati dei drin
i cristalli liquidi del memo radioattivo
che smemi e rismemi
e le paginepiombo del quaderno nuovo
carino
per i riflessi wishful thinking serali
il resto delle scorie ha fatto trasloco
domani
nello scoparti mentale che ficca gli
specchi
nei farsi e rifarsi e la stanca che ti
prende
improvvisa, a letto, fra le dita
corrono agli scroti dei tuoi vibratori
messi in libertà
agli affitti ed i conti del remake
a pois del tuo recente
morire di noia
morirti addosso

LXXXVII L’ultimo addio del tuo desiderio al pianto consolatorio ed i baci che affondi sul viso allo schermo dei tuoi sogni e le cinecamere accese dei tuoi grazie ed inchini tra un sipario ed un sipario, dal tuo cuore affamato di carezze e dolci perché cadono nel vuoto stormo di pensieri sopra gli stracci frammenti del mio respiro reciso tra una fine ed una fine

LXXXVIII Scroccare una paglia, talpa verminosa e/computerizzata, dietro gli spessi occhiali della porta accanto / e poi rincaso nell’inconscio rivelato / Griffin Dunne rotola via dai guai e Verlaine / Paul e Tom, rullano i tamburi sopra i comodini / antidepressivi e i concerti di Brandeburgo / e i centi per cento dei miei scoglionamenti / siamo persi ancora sugli uno di meno, i due di più / le forti dita non tasteranno più i plettri / non saleranno più le salive, insonne morte / Homo Familiaris scalcia e scroccherò una paglia / corollerò le rose blu e bianche di sfogliate mono di Schiele / che lascio in giro al volo temerario delle api / succhiato il midollo, succhiato un fiore ed un fiore e / lo smielano nell’alveo e lo mettono a deposito nelle banche / degli cheque e alitose i suoni e le luci e le ombre e le perifrasi / lunghe di macchine per distillare, distillano bad painting e / sussultori orgasmatroni e i repeat delle rosee lune dalle ciglia / lunghe, cucite alla fronte.

LXXXIX Il poltergeist di cappelli che i maschietti si tolgono quando vanno in chiesa camion frigo di mano ai pulsanti le buone leggi in testa calve come Kojak.

LX. Ancora un battito d’ali incontro al rogo pallida si cambia in riso la mia perla mi sconfessa e ancora

un
battito
d’ali, diventare cenere quando non sono in / me.

XC. Snocciolate cantilene a raffica figlio dentro porfido buchi senz’ombra di alcun chiodo mentoleucalipto citrico e tartaricacidi extra forte extra snello riceve tutti i santi giorni figli un figlio figlio e fotte in ambiente confortevole e molto molto dolce spara abracadabra nella tua e nella vostra e nel frattempo vede e rivedenigma Kaspar Hauser a nolo ed a nolo volteggia lanciandosi ad ics braccia e gambe aperte nei sussurri del tuo grembo combina giostre sulla punta dei tuoi peli allibito sconcertato sconvolto cori demonangelabri e danze afro accessori per condurti o condurvi e condirvi e contarvi sulle dita e aprirvi le scatole e appendervi gli abiti e le unghie tagliarvi con coltelo serramanico e i piedi nettarvi con saponose leccate e le mani scaldarvi con getto d’alito e il culo scartavetrarvi e il seme raccogliervi in arcobalene ampolle e briglia sciolta per inusitate per inopinate per inerpicarsi per ingnobilinsidiose pure incomprensibili sperequazioni sul prezzo e poi ripete tabella del due e peggio alfabeto fino all’H e poi sottostimare e mettervi sotto con pratica equestre rottinculo o boh o che? Monito, ingrediente zeta non va colto nel modo assoluto mela nonacerba non matura non s’incula sborra! Sborra! Catarro e sborra identicamentinseminano identicamente sanno di catene proteiche e nettare e Venere e malattia venerea e binari codici e ancora metto in enigma il tutto come cruciverba e abbrevio e allungo ed inspiro ed espiro ipotesi sul sanguigno tessuto e digrignodenti specchiarmi le gengive speciarmi le dive, due, spiarmi le nivee gambe a forcella forchesposto mi allegra la forca.

XCII. Fellatio che adoperi sul mio randello brava ce la fai a farmiandareovenire dai di matta regina di scacchiera arrocchi con andaturelegante sul turno della tua strategia coricati sul ricamo secchi come spilli arrapati meglio che annoiati corronomatopeici segano i femori i tuoi modulati sussulti a bassa frequenza le tue corsive precisazioni di bocca invasa meglio che vai.

XCIII. Nomiacaso su elenco telefonico scroscio dacqua nellavello conto minuti lunghi un giorno grazia delefante posa il culo sopra bianca maiolicalrovescio e si piscia in bocca tocca accordarsinsegreto con cermonios abraxas allo scopo di mutaroroscopi no in luminoso domani topino di fogna in tana di lusso rinchiudo i miei svaghi peste etero sopprime occhiate di donna respinte dal duro di portablindo.

XCIV. Odia perché davvero vuoi che il gas-metano instabile dei tuoi condotti d’aeree promesse al fuoco di meteoriche piogge battenti incendi il tuo amore assopito mi copro la testa di coproalie stellari di psicolinfe odorose arboree irriganti le vene delle terre morte delle tue voglie dismesse d’intimo raccoglimento e privacy bollite e ribollite disintegree formaldeidi libera le paure nello spazio esterno dei soli e delle lune le supernove in catene della tua amarezza sii perché davvero vuoi la bocca dei miei odii e vieni con me.

XCV. Soffio nell’ancia del tuo torpore un tiro di sigaretta già respirato il vapore dell’alcool intriso di me i fumi della pira funeraria del ricatto e dura nei tuoi polmoni l’odore del mio abbraccio che ci ha fusi insieme, nel fuoco.

XCVI. Ombra d’uomo tracciante segni orlataibordi di nebbie invasione di mani di vecchio su usurate astruse pagine di libro dei salmi baratte biglie di vetro con ancora un’ora di vita vibra lama sopransiosamante Amoreros si avvolge di gambi di rosa e sangue freddo beve dalle sue stesse ferite denso rosso venoso coagula in stelle sul bianco delle sue sete brinda al suo nuovo odio d’inferno.

XCVII. Penne agili mordono il pasto nudo del tuo cadavere canna pesante di fucile scuote in gola brani di carne solo nel tuo santuario astrarre vecchio inganni il tempo con atto definitivo sottolineo la parte migliore del tuo necrologio dove si placa la rabbia dei gesti secchi e precisi dove giace SERGIO e dove vado.

XCVIII. Due tamburi uniti da una sola pelle scuffia che mi sono preso per la CPU mentale processa parole come scud.

XCIX. Catturasogni di Jaborandi e imbarcaderi carichi a carbone / stirati a secco col fiato corto la miccia innescata e arrabbiarsi si peggiora scordandoti come potrei come come / feeling so che non io sento molto nonostante vari stop.

C. Abbi il fegato di salvarti la pelle e quanto cazzo fumi oh mo’ l’hai finita la prosa glamour come il grande spirito vestito a festa sua altezza reale o non con la pelata oltreoceano sopra un cavallo matto.

CI. Spazioplano sull’isola d Pasqua e allora rido uomo uccello rido x la luminosità del nuovo design e la falcata sensuale spogliandomi x un calendario senza il mese di Brumaio e gli episodi più sporchi che le cavallette spiano e lemozioni forti dell’uso di chimica se mi sono fatto come devo essere fatto e di esximenti alkemi nella vasca di pietra serena con le vertigini sulla torre di Arnolfo di Cambio look e + comfort nei takki a spillo e molto altro gratis sulla TV del pasto serale colle uova biologike ornate d palme d cocco e cilindri di pietra rossa emersa da terra le tribù si fecero la Guerra dei Mondi fra Barak e Arafat fotografati male.

CII. Ho la testa sbocciata
che non smuove nessuna palla
da biliardo e col bisturi
mi sbrano la materia
grigia e la carne di balena con la
polio e mi sparo giù nelle budella
spaccate un sex
on the pool se vuoi bere
fuori chiedilbicchiere D
plastica thanks per i disparati Cuba
Libre gratuiti e per le mance
sequestrate e i contorni
screziati da nei della sbarba
terapeutica che m’inanella
lo sbraco in Vertigo
simmetrici di Piña Colada

 

CIII Sarebbe caratteristico faccio castelli coi sottobicchieri alti un centinaio
di chilometri circa e poi ci soffio
sopra e il seducente marocchino
con gli occhi a palla scaturice
dal buio e un agnosta talassemico gli fa i
“documenti
prego” col dono dell’ottima
dizione coi fanali di coda / alti troppo alti e lo spacco dei panta
a strisce sul didietro
prospiciente i culi
innestati sulle piante rigogliose
di marja che pacco d’erba che c’è
qui imboscata nella foresta
nera sopra il piccino.

CIV. Cento e tre modi per farsi
benedire certo se fossi mio
fratello tipaccio rasta con
gli spioventi avrei qualcosa
da ridire al whisky
invecchiato in saccoccia e
quello ingurgitato che non
ho trattenuto al caldo e
la sbarba primordiale con la
fanghiglia rossa sperduta
tra i capelli retti e il back
stage flatulento tra i denti
canini taglienti come katane
risplendenti tra le mani
puntigliose e meti
colose dell’uomo ombroso
dal caricatore a secco
per piacere fallo secco
e non mi seccare con gli “e allora
che mi dici” e i “keppalle” ripetuti
fra i banchi di scuola inferiore
l’arto sinistro con lo zoppicare
cronica gastrite che ti attanaglia
prego una paglia “è proprio una
paglia” e l’ago non lo trovo
per cucirmi la pezza sulla scucitura
fortuita che mi condiziona
l’aria refrigerio dei miei zebe
e col forno a microonde
mi faccio una surfata da mercoledì
da leoni ingabbiati con la faccia
triste che sragiona per l’insol
venza dell’accoppiamento
d gruppo nelle savane dove
non mi giro e mi rigiro nel survival
del rischio assoluto disarmato
di dentifricio e spazzolarmi
per farmi carini
i sorrisi
a mezzo, che non ho
pseudo scazzi fra le dita
piccole nemmeno la pioggia
ha dita così piccole
piccolo Lord con gli orientamenti
sessuali ambigui che mi manca
no non troppo ma mi appare
ossessivo nel ciak dei miei dream
che scotenno le proteiformi
vergini modellate con lo
smanettio nervoso dello
scodellatore di serate d
fuoco
lo squadernatore di memento
mori ingannevoli certo per
l’avvenente vaticinata immortali
tà che mi soccorre agile
e mi sotterra facile l’idea
che tardi o presto od allora
puntuale mi punteggia le I
minuscole nel portafogli
sulle centomilalire radioattive
che cadono nei buchi delle mie manuccie oliate
facile scorre la sbobba
gentile nel Niagara del mio
duodeno sinuoso come ginnaste
semiserie numeriche che
fanno le somme delle uniche entrate
e uscite colla conta dei
cadaveri stesi sul palco
scenico delle mie farse
e sfarse combriccola di melo
drammi e il “Tre grandi Harp
Strong” del crucco occhiale
con il gesto d’attesa intagliato
nella tele (cinesi) di
Fontana che mi alluviona di
invidia per il cospicuo esserci
o non esserci that’s all folks
glob-trotter sadomaso che
cestinano le pagine bianchetto
conficcate a memoria nello spurgo
logorroico che poi
d sprezzo fac
totum e poi niente
che mi borseggia ma
ci trova poco o niente la carta
di diversità il codice
fiscale e la tessera del circolo
Pickwick che ho sempre
sbattuto in faccia agli altri
per timore e tremore di essere
preso sul serio di essere preso
sul serio

 

CV. Sotto la metropolitana
quantica tre mesi sono
solo tre mesi e lo spiun
mi frega perké svolta
fisso a destra, contro lo
spigolo arrotondato

Oh Mickey! Arrivo un attimo alla Bussola
e poi
torno

Oh oh i veri orrori vagabondano
dentro noi le menzogne
si colorano di rosso entrandoti
in vena come un ago di siringa

ieri o avantieri
ieri sera al Link no al Kinky

Oh oh i veri mortorii sono
in mezzo a voi che io vago
tra i palloni all’idrogeno
su nel circo stellato degliper
uranici con lo shuttle
transustanziale e mischio le
carte del poker perfetto
coi cinque assi di picche e
i punti critici

Oh fra’ tu che vuoi mi sono scordato
che vuoi tu

Oh oh i veri sbattimenti sono fra noi
col quieto vivere non più quieto
e o sfiorarsi senza urtarsi
nella corsa perché ci si accaparri
il break
fast fast fast
e dovunque tu vada le reni
si spezzano e se mi segni
nel verso che prendo nell’utero

Oh Mickey! Potresti macchiarmelo
con un goccio di latte, Mickey
adesso arrivo
et voila
detto con il filo interdentale
di ironia sparata nel buio
dove non ammiccano i pivelli
bevono nel male
gonfiandosi di sale
per salvarsi il fegato col vodka
Sur e inchiodarsi alla sedia
elettrica col perno
dei mulini a vento

Oh oh i veri fracassamenti sono
tra lo scolo di saliva e
lo sbrodo di cantine col
foraggio essiccano nel menomale
retorico

Oh Mickey, perdura nello squash
violentando la pallina nel flusso
ermetico del compasso sbilenco
per la foce sbrigativa
del fiume di fango fango
fango che mi fanga
i piedi piatti fumiganti oh
è dalle otto che sto da dio
e non mi cadono le braccia
e non squadro le piccole ninfette
suadenti coll’odore ormonale
giù per l’infradito nel boschetto
che piscia svenimenti giù
del comitato supremo dei
marchingegni sessuali e se dici
una parola sconcia genuflette
e si inarca
potevo fare di meglio
ma poteva andare peggio
loro stanno calme da
ventiquattr’ore
però esagerare ogni
tanto no
è uguale no

Non c’è una storia in cui
ci si caccia se sei molto miope
in cui la tecnica non costi
molto

Ti aprirò lentamente
con la destrezza di un
chirurgo
ti aprirò nuovi buchi
per fottere ogni budello
del tuo corpo

CVI. non c’è che un piano
nel mio solaio chiuso
a chiave e non suona
che una melodia e
non ti si addice perché
sei molto più di questo
più di un sottinteso
inganno fra le righe
sconce del mio stupido
pentagramma
furtive le dita corrono
sui gabbiani e i corvi
volano a te ma radendo
la terra sotto le spoglie
di note basse
non c’è che un sicario
impietoso in me e non ha
mai sorriso ed io e lui
siamo uno sporco paio

eccoti una sottile
pena per la tua bocca
carnosa per le ciglia
flessuose che si
inerpicano
sulla tua fronte
se fosse l’alibi
per onorarti sarei felice
di cambiare ma non ci sono carte
buone nel mazzo solo
il fante solo
il fante di picche
e non ha mai
sorriso

CVII. Mi piacerebbe molto la roulette russa e avere il culo di sopravvivere ad almeno dieci round tirare di scherma in un duello aspirando da una paglia e bevendo acido nitrico da una fiaschetta piatta d’argento con raccoglimento rituale prendo in mano il revolver mentre la temperatura tropicale mi fa sciogliere o il freddo pungente di una brughiera mi fa scricchiolare e poi surgelare c’era quella serie alla tele con gli stuntmen, [Professione Pericolo], un pubblico di gente rapita e infastidita dagli odori delle mie emozioni poi la rovina un rivolo di sangue dagli orli della bocca. Lo spettacolo ora è finito il pubblico pretende che gli sia restituito il prezzo del biglietto e nessuno festeggia alcun eroe. E’ così facile desiderare di morire. Potrei leggere le pagine gialle e far piangere e intonare con talento da crooner che mi ritrovo commovente come il prima e il dopo di una operazione ad un seno floscio T. mi regala una Dietorelle poi esce le cause stanno in groppa alla schiena scimmia sulla schiena come baby ai suoi primi passi si tengono le mani e piedi strette a me e tengono in mano gli effetti come una insidiosa Derringer dal manico di madreperla e facce si sovrappongono e giustappongono alla mia e il lettore di compact fa casino con i Pluto dentro Mtv messa a tacere con il tasto [mute] i VJ stanno seduti e fanno gesti dietro le mie spalle do fuoco alla penultima Emme Esse mentre all’esterno della navicella spaziale succedono cose come l’honoris causa apinabausch forse mettendo il naso fuori dalla navicella mi accorgerei che sono passati diecianni mentre di nuovo il naso dentro ancora trascorrendo il giorno che stavo vivendo incontrerei Etienne che danni ne ha cinquantasette e nuove facce e le vecchie saranno diverse ed alcune relazioni sentimentali saranno arrivate ad un punto critico qualcuno sposato con figli a carico e nel duemilaeddieci si sarà un tiranno ingaggiato di fresco che prima era al fresco con il sorriso smagliante di un venditore porta a porta o di un omicida seriale e nella corteccia cerebrale un microcongegno che modella il suo pensiero sopra una calcolatrice Casio e sosia olo di Charles Bukowski ad ogni trespolo di bar e correre correre l’ordine registrato scandito dal tic chettio di un orologio che non perde colpi filodiffuso per tutte le arterie della città e allora chiederò al MAC DONALD’S di via Rizzoli se adesso prego, per favore, mi dai una. Soilent verde.

CVIII. Quando passava un anziano per la camerata. Provavamo terrore perché sapevamo che gli avevano fatto tenere per mesi la faccia giù nella turca. Pensavamo che dopo qualche mese, saremmo diventati come loro. Io volevo solo conservare me stesso.
Una notte, era il mio turno di piantone. Facendo il giro delle docce trovo uno che stava per impiccarsi. Lo accieco con la torcia elettrica. Per prima cosa vedo la schiena coperta di lividi, levigata. Poche ore prima l’avevo vista a terra, malmenato sotto l’acqua fredda. I colpi a mano aperta, senza dire una parola. Quella era [la bagnata]. La cintura gli oscillava dietro la testa, con la piastra luccicante. Poi passa, gli dico, vai a dormire.
Pochi giorni dopo l’ho visto andare di pattuglia. Imbracciava l’SCP e la radio sulle spalle. Aveva gli occhi iniettati di sangue per il freddo.
Dopo la [bagnata] si diventa invincibili e potenti. Non la si può dimenticare. Mai.

CVIX. Ho mollato un cazzotto in piena
faccia di Landrù il mio invadente
coinquilino per il fetore nauseabondo
che emettono i suoi calzini
sporchi abbandonati in una busta
di plastica aperta in mezzo
alla casa
Ho mollato un cazzotto in piena
faccia di Landrù che gli ha dato
una violenta sveglia per l’atteggiamento
perenne di sfida a cui mi ha
sottoposto durante questi lunghi
interminabili tre mesi della nostra
convivenza forzata e adesso che
finalmente ha fatto i bagagli
ed è uscito dalla mia vita
posso godermi il vuoto che ha lasciato,
profumato.

CX. Precipitato d’argento
Soluzione elettrolitica
in acque torbide
e vodka bruciante
Vedo
Ricordi vaghi di soprusi
rivelati a un solo essere umano
Sul fondo.
Come precipitato d’argento
Soffro.
Per l’intensità del mio cadere
Non rimane di me
che
pre
ci
pi
ta
to
d’argento

CXI. Isolamento
Aride e diradate distese
Sostengono piramidi di
oniriche sembianze
piatte calme
rovistano nel mio catrame
mero si tinge di nero
su pareti di cella di rigore
attendo, rinchiuso,
l’alba della mia
rimandata
esecuzione